9 maggio 1978 – 9 maggio 2020. “I cento passi” di Aldo Moro e Peppino Impastato: una pagina ancora oscura della storia italiana

AVEZZANO- Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Questa celebre frase di Bertold Brecht, tratta dalla “Vita di Galileo”, deve accompagnare all’interno di una delle pagine più oscure della storia italiana. Una pagina che tutt’ora presenta delle lacune che la storiografia deve colmare, anche se il lavoro degli storici sarà davvero complesso ed ostacolato.

Si parla di due uomini liberi: Aldo Moro e Peppino Impastato perché, nella giornata odierna, ricorre il triste anniversario della loro uccisione.

Se ipoteticamente domandassero, soprattutto alle persone “un po’ più grandi”: “Ricordi cosa stavi facendo quel 9 maggio del 1978 quando venne ritrovato il corpo di Aldo Moro?

Molti racconterebbero benissimo, quasi con minuziosa particolarità, ciò che stavano facendo in quel determinato momento in cui la tv annunciava il ritrovamento del corpo del Presidente Moro.

Erano trascorsi cinquantacinque giorni da quel 16 marzo del 1978 quando in via Fani un comando delle BR, dopo aver trucidato la scorta, rapì il Presidente Moro. E l’orrore non si fermò lì. Una Renault 4 rossa, parcheggiata in Via Michelangelo Caetani, proprio a due passi dalle sedi delle due forze politiche più attive nel paese (ovvero la DC ed il PCI), nel suo interno conservava il corpo senza vita del Presidente.

L’Italia si fermò dinanzi a quella macchina: era stato ucciso un uomo buono.

“Non pensare ai pochi casi – si legge in una lettera di Aldo Moro, del 20 aprile del ’78, destinata al segretario della DC Benigno Zaccagnini- nei quali si è andato avanti diritti, ma ai molti risolti secondo le regole dell’umanità perciò, pur nelle difficoltà della situazione, in modo costruttivo. Se la pietà prevale, il Paese non è finito”.

Nello stesso giorno del ritrovamento del corpo del Presidente, in Sicilia, a Cinisi precisamente, la voce della lotta contro la mafia, Peppino Impastato, venne fatto saltare in aria da cinque chili di tritolo, sulla tratta ferroviaria Palermo-Trapani. Inizialmente le indagini andarono contro Peppino, che venne accusato di esser stato proprio lui nel posizionare la bomba. Ma il forte coraggio di sua madre Felicia e del giudice Rocco Chinnici, ebbero la meglio. Nel 1984 venne scoperta la verità: fu la mafia ad uccidere Peppino. “Se si insegnasse la bellezza – ricorda Peppino Impastato- alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”.

Le vite e le vicende di Aldo e di Peppino ci devo insegnare una cosa fondamentale: quella di non aver paura nel lottare le contro le cose negative della vita e, soprattutto, quella di non aver mai paura.

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