Quando il Ministro della Cultura Alessandro Giuli citava la Dea Angizia. Il santuario dimenticato di Luco dei Marsi

di Sergio Venditti*

Non più di cinque anni orsono, Alessandro Giuli, quando si occupava delle antiche divinità italiche e romane, non avrebbe mai immaginato di essere chiamato alla massima responsabilità nel campo, con il ruolo di Ministro della Cultura nel governo Meloni, che ha assunto con un suo stile e l’esperienza della Presidenza del Maxxi. In un interessante intervista di Gian Luca Diamanti (13/9/2021), dal titolo, “Gli dei non sono mai volati via: sono qui con noi”, A.Giuli parlava nel programma “Vitalia” del senso del sacro”.

“Alle prese con i serpenti di Angizia, con in mano le spighe di grano di Kerres/Cerere,o alzando al cielo degli appennini molisani la ” tavola osca” di Agnone  e la lancia del Marte italico: sono alcune delle tappe di un lungo viaggio nell’anima della “prima Italia”, realizzato da Alessandro Giuli, con sensibilità e sapienza  per RaiDue, nel nuovo programma intitolato “Vitalia”, condotto in collaborazione con Nicola Mastronardi”. Quest’ultimo noto giornalista, autore televisivo e scrittore, originario proprio di Agnone, a cui dobbiamo importanti studi sulla civiltà sannita ed  italica (membro della prestigiosa Accademia dei Georgofili di Firenze), autore di una nota  trilogia storico-letteraria con :Viteliu’.

Il MInistro della Cultura Alessandro Giuli

Il nome della Libertà. Figli del Toro e Viteliu’. Il Viaggio di Marzio. Tornando all’intervista su “Vitalia” ecco la premessa dell’autore: “considerare il sacro, più ancora che le divinità in quanto tali, come l’orizzonte  multiforme e invalicabile del nostro vivere; sia pure inconsapevolmente, come diceva Eliade, “Vitalia” nasce anche per ricordarci di ciò che non ha smesso di palpitare, di ardere, sotto il velo delle nostre feste popolari, delle nostre relazioni comunitarie, delle nostre istituzioni….Vitalia è un atto d’ amore”. 

In effetti, la storia italica è stata decisiva per formare lo spirito cosmopolita, ma unitario della nostra terra italiana, pensando alla stessa “Guerra Sociale”, nata più per conquistare i diritti di cittadinanza romana, che  per l’essenza dei conflitti nella storia dell’umanità,  dagli albori ad oggi, combattuti per la conquista di territori, da saccheggiare e depredare. In particolare in quei secoli il popolo marso costrui’ la sua leggenda con figure come il generale Q. Poppedio Silone, nato a Milonia, sopra l’attuale insediamento di Pescina, lungo il fiume Giovenco, sopra il grande  “lacus Fucinus”, citato dagli storici antichi.

Da qui, secoli dopo, all’inizio del “Secolo Breve”, partì l’avventura umana , politica e letteraria di Secondino Tranquilli, che divenne famoso nel mondo come Ignazio Silone, con il suo capolavoro senza tempo di “Fontamara”, riprendendo proprio il nome dell’eroe italico. Nel 2003, negli scavi archeologici nel sito dell’area sacra di Angizia, a Luco dei Marsi, fu scoperta una statua di terracotta, attribuita proprio alla Dea, di una raffinatezza unica, che ha testimoniato ancora una volta l’importanza del sito, ma che purtroppo non ha portato ad ulteriori campagne, per portare alla luce tutto questo grande patrimonio storico-culturale e religioso, che tutti ci invidiano.

Un tassello fondamentale per meglio colmare il divario di conoscenza, che attraversando i secoli, ha legato le aree interne dell’Appennino, in antichi riti, che oggi ritroviamo anche nel famoso culto dei serpenti, a Cocullo, divenuto da pagano a cristiano, con la figura di San Domenico.

Una tradizione antichissima, quella della Dea Angizia, che appassiona gli studiosi di tutto il mondo, dove la sua statua è stata vista nelle mostre sul tema, senza però più riportarla dove era stata trovata, ricordata dai celebri versi di Gabriele d’Annunzio, nella “Fiaccola sotto il Moggio”(1905)…….” Sopra Luco evvi un monte erto e serposo, nomato Angizia, come la matrigna tua, dove salgo per far preda, E v’era una città, nei tempi, una città di  re e indovini…”.

Una figura mitica, avvolta tra leggenda e storia, le cui ricerche ulteriori, con adeguate ricerche, ricomporrebbe il “puzzle” completo di un’epoca cruciale della nostra terra marsa e  non solo: “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve”. Silius Punicae (libro VIII,495-501).

E così Angitia o Angita,in latino, da “anguis”, serpente, secondo molti studiosi, era la divinità italica adorata non solo dai marsi, ma anche dal popolo peligno ed altri d’origine osco-umbri, con i riti delle antiche sacerdotesse, diffusi in tutto il mondo antico, dall’inizio della primavera, specie per i fini propiziatori, sia della terra che della fertilità.  In ultimo, vanno segnalati altri studi, come quelli dell’archeologa Adele  Campanelli (atti del convegno “Vent’anni di studio sulla Dea” – Roma – Maggio 2014 – Progetto Editoriale Laima-To).

In questo interessante contributo, con tutte le testimonianze storiche: La prima di “Gellio, l’annalista vissuto nel II secolo P.E.C. che, in un passo riportatoci da Solino, identifica nella dea una delle figlie di Aeeta insieme a Circe e a Medea, sottolineandone, in contrasto con i malefici di Circe, la funzione positiva esercitata grazie alla conoscenza dei rimedi salutari, nonché le capacità di  guaritrice, che le sarebbero valse il culto quale divinità presso i Marsi”.

Ed ancora nel grande Virgilio: “il rapporto di Angizia con i serpenti…risulta più direttamente dal commento di Servio che, identificando Angizia con Medea, ne fa derivare il nome dalla radice del verbo ANGERE (soffocare): la dea, infatti, grazie ai suoi carmina (versi magici) avrebbe provocato il soffocamento dei serpenti”. Ed infine, tra le altre note, quelle riprese da Silio Italico, che “attribuisce ad Angizia la capacità di manipolare le erbe tossiche e di curare l’effetto dei veleni, ma anche una grande facoltà di intervento sulle forze della natura”…..”.

L’influenza della mitologia greca si espande su tutto il Fucino,” grande come il mare che viene “riconosciuto” come un luogo magico abitato da esseri terrifici.

La natura selvaggia delle acque ora paludose, ora prepotenti nelle fasi di esondazione…. il centro di diffusione di queste mitizzazioni erudite era stato nelle città di cultura greca ed etrusca della Campania settentrionale  in un’epoca anteriore alla seconda guerra sannitica…. con le quali i Marsi dovevano avere avuto frequenti ed intensi rapporti”.

Ed allora è il tempo di riscoprire questo importante patrimonio storico e culturale, a partire dal comune di Luco Dei Marsi e dalla Regione Abruzzo (aprendo un museo locale, valorizzando altresì gli studi del Prof. Giuseppe Grossi)  insieme a tutte le istituzioni culturali, pubbliche e private, affinché si riprenda la promozione di questo sito importante, arrivando in tempi ragionevoli ad iniziare un diverso e migliore processo di valorizzazione, anche turistica, all’interno del “Distretto Culturale della Marsica” e delle Aree Interne dell’Appennino: Un progetto di “marketing territoriale”, che avvii un circolo virtuoso per  lo sviluppo e la generale crescita di questi territori marginalizzati in decenni di oblio e di scelte parziali, che spesso hanno favorito solo altre aree  più forti e meglio rappresentate nelle varie istituzioni.

Giornalista della Rivista “Tempo Presente” – Abruzzo