A “Lavarsi le Mani” si entra nella storia: la controversa figura umana e politica di Ponzio Pilato l’abruzzese di Bisenti che giudicò Cristo
Nella storia francese, il potente cardinale Mazzarino era nativo della forte terra d’Abruzzo, di Pescina, ma anche Ovidio che era di Sulmona, Ignazio Silone era anch’egli di Pescina e ancora Ennio Flaiano e il Vate Gabriele D’Annunzio erano di Pescara e Benedetto Croce di Pescasseroli. Corradino D’Ascanio a cui si deve la Vespa e l’elicottero viene da Pescina. Finisco questo non esaustivo elenchetto con Rocco Siffredi di Ortona, l’orgoglio maschile nazionale che trasformò “l’isola dei famosi” in “Penisola dei famosi”. Ho trascurato molti altri non me ne vogliate, ma tutti costoro, davanti alla storia sono ben poca cosa rispetto a colui che voglio trattare in queste pagine.
CHI È?
Ecco alcune righe che vi chiariranno il mistero: “mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua“. Chi è il personaggio? Ma Ponzio Pilato!
Avreste mai immaginato che una persona così decisiva nella storia dell’umanità fosse d’un piccolo paese abruzzese? Il Nostro mentre mangiava arrosticini e pallotte cacio e ova, si districava da impegni importanti quale prefetto della Giudea tra cui il giudizio di Cristo.
DA DOVE VENIVA?

Il nome “Pontius” indica la sua appartenenza alla gens Pontia, un’antica e potente famiglia di origine sannita. Una curiosità linguistica lega il cognome “Pilatus” al pileus, il copricapo degli schiavi liberati, suggerendo, secondo alcuni, che i suoi antenati fossero sanniti catturati dai Romani e poi diventati cittadini liberi.

Pare fosse nativo di Bisenti in provincia di Teramo. Qui si trova la “Casa di Ponzio Pilato”, una struttura di epoca romana che presenta ancora un antico atrium con impluvium. Perchè a Bisenti? Un suo avo, Ponzio Aquila, avrebbe partecipato alla congiura che uccise Giulio Cesare. Le famiglie dei “cesaricidi” furono esiliate nelle colonie romane. Alla famiglia di Pilato toccò Berethra, l’attuale Bisenti nel teramano.
LA CARRIERA
Pilato non era un nobile di alto lignaggio, ma apparteneva all’ordine equestre. La sua carriera si sviluppò nei palazzi del potere a Roma, probabilmente sotto la protezione di Seiano, il potente prefetto del pretorio di Tiberio.
Se ne partì dall’Urbe nel 26 d.C. con l’incarico di Prefetto della Giudea, portando con sé la durezza e il pragmatismo tipici della formazione militare romana di quel tempo. Fu il quinto governatore della provincia, nominato dall’imperatore Tiberio. Nonostante la sua residenza ufficiale fosse a Cesarea Marittima, si recava a Gerusalemme durante le festività ebraiche per mantenere l’ordine pubblico.
PERCHÉ QUELL’INCARICO?
Pilato era amico, come accennato, di uno dei personaggi più influenti della corte imperiale, Lucio Elio Seiano, il potentissimo prefetto del pretorio nonchè fidato braccio destro di Tiberio.
Siccome il Nostro aveva un caratterino mica facile, Seiano, conoscendone la “durezza”, lo raccomandò al sovrano evidentemente alla ricerca di un uomo d’ordine che mettesse in riga quella turbolenta provincia (lo è ancora). Pilato, appena acquartierato, non impiegò molto tempo per rendersi antipatico al popolo, cosa che gli riusciva naturale.
Fece esporre nel Tempio l’effigie di Tiberio, urtando i sentimenti religiosi degli israeliti, che consideravano blasfema la raffigurazione di figure umane e figuriamoci quella dell’imperatore romano. Successivamente, nel tentativo di risolvere la cronica penuria d’acqua che affliggeva Gerusalemme, ordinò la costruzione di un acquedotto finanziato dal tesoro del Tempio.
CARATTERACCIO
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio e il filosofo Filone di Alessandria, lo descrivono come un uomo dal carattere duro, inflessibile e spesso in conflitto con le tradizioni locali. Il suo mandato fu segnato da rivolte sedate con la forza e una di queste decretò, poi, la sua fine. Secondo Filone di Alessandria, era irascibile, arrogante, corrotto, licenzioso e crudele. Avrebbe rubato e comminato condanne senza processo. Non aveva alcuna stima dei Giudei, considerati opportunisti e ignorava volutamente le loro tradizioni religiose.
La sua amministrazione fu caratterizzata da scontri con i capi ebraici, propendendo per gli interessi romani a discapito della popolazione locale. Pur riconoscendo l’innocenza di Gesù, si arrese alle pressioni della folla e dei Farisei per paura di disordini e per non inviare cattive notizie a Roma.
Non esitava a utilizzare l’autorità in modo arbitrario. La sua la filosofia preferiva “tagliare tutto il braccio” piuttosto che far male a un dito.
E SE GESÙ FOSSE STATO UN RE? (UN GUAIO PER PILATO)
Secondo la tradizione biblica, il Messia doveva necessariamente essere un discendente di Davide per adempiere alle promesse divine (2 Samuele 7:12-16).
Secondo i Vangeli di Matteo e Luca la stirpe di Gesù arriva fino a Davide e questo dimostra la sua legittimità regale. Attraverso Giuseppe, suo padre legale (lo aveva adottato), Gesù ereditò i diritti della “Casa di Davide”. All’epoca, la paternità legale conferiva gli stessi diritti di successione della discendenza biologica.
Molti contemporanei chiamandolo “Figlio di Davide“, lo riconoscevano implicitamente come il Messia e di conseguenza, quale legittimo Re d’Israele.
QUANDO CI SI METTE L’OPPORTUNISMO
Per Ponzio Pilato e le autorità romane, il titolo aveva una valenza politica e sediziosa: dichiararsi “Re dei Giudei” in una provincia romana era un atto di ribellione contro l’autorità imperiale di Tiberio.
Brutta situazione! Mentre per i suoi seguaci Gesù era il legittimo re davidico promesso dai profeti, per i romani era un pericoloso usurpatore politico. Per le autorità religiose locali rappresentava, inoltre, un pretendente messianico che metteva a rischio il precario equilibrio con Roma.
Non tutti lo sanno, ma questo fu il motivo per cui Pilato fece affiggere il Titulus Crucis (INRI – Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum) come motivazione ufficiale della condanna, ma suonava anche come una derisione.
UNA ESAGERAZIONE DI TROPPO
Avvenne che nel 36 d.C. un aspirante messia samaritano (forse Dositeo) radunò una folla sul monte sacro Garizim, promettendo di mostrare i sacri vasi nascosti da Mosè. Ponzio Pilato inviò alcune truppe che bloccarono la montagna e massacrarono un gran numero di Samaritani. I capi di quest’ultimi si lamentarono della sua brutalità presso Lucio Vitellio (legato di Siria), il quale richiamò Pilato e lo inviò a Roma per rispondere dell’accaduto e qui ci dice Eusebio di Cesarea, morì.
IL LAGO CON GLI OCCHIALI

Una leggenda medievale narra che il corpo di Pilato, dopo la morte a Roma, viaggiò su un carro trainato da due bufali piuttosto nervosi. Gli animali, senza guida, avrebbero percorso la via verso nord-est, tornando verso le montagne “di casa” del prefetto. Il carro sarebbe precipitato nelle acque del lago presso il monte Vettore sui monti Sibillini oggi noto anche come “il lago con gli occhiali“.
Ne parlò nel 1300 Fazio degli Uberti nel suo poema il Dittamondo:
“La fama qui non vo’ rimanga ignuda
Del monte di Pilato, dov’è il Lago
Che se guarda la sera muda à muda.
Perché qual s’intende in Simon Mago
Per sagrare il suo libro la sù monta,
Onde tempesta poi con grand’imago
Secondo che per quei di lá si conta“
Per tutto il Medioevo, questo specchio d’acqua fu considerato un luogo demoniaco. Credevano che lo spirito di Pilato agitasse ancora le acque, rendendo il lago meta di negromanti che salivano da Roma per “consacrare” libri magici ai suoi piedi.
SANTO PILATO
La Chiesa ortodossa Tewahedo è l’unica al mondo a venerare Ponzio Pilato come santo. Secondo la tradizione etiope, basata su testi apocrifi come il Paradosis Pilati, questi si sarebbe pentito amaramente dopo la crocifissione, convertendosi segretamente al cristianesimo.
PARADOSIS PILATI
Era un testo in cui il prefetto di Giudea viene presentato come una sorta di martire cristiano. Portato al cospetto dell’Imperatore di Roma per aver condannato Cristo (la cui santità era ormai accettata: lo si vedeva andare in giro, decisamente vivo), Pilato si trovò nella scomoda posizione di dover spiegare come mai avesse crocifisso il Dio incarnato. Cosa fece allora? Scoppiò in lacrime, gridò il suo pentimento e invocò il perdono imperiale e celeste.
Quello imperiale arrivò con la sua decapitazione (anche se poco attendibile). Il perdono celeste, non si fece aspettare: in punto di morte, Pilato udì la voce di Cristo rassicurarlo sul fatto che, da lì in poi, tutte le generazioni lo avrebbero chiamato beato e che, alla fine dei tempi, Pilato sarebbe stato al fianco di Cristo per aiutarlo a giudicare le dodici tribù d’Israele (temo che la traduzione dei testi non sia stata, poi, così corretta…).
IL LAVAGGIO DELLE MANI SIMBOLO DI INNOCENZA

Il suo “Lavaggio delle Mani” è interpretato dalla Chiesa copta etiope non come un segno di vigliaccheria, ma come la prova della sua innocenza spirituale. La Chiesa vede il Nostro come un uomo che ha cercato sinceramente di salvare Gesù nonostante le circostanze e il popolo. Come conseguenza del Paradosis Pilati sostiene che Pilato sia morto come martire sotto l’imperatore Tiberio proprio a causa della sua fede in Cristo. Assieme a lui sua moglie, Claudia Procula, è considerata santa.

Il legame fisico più forte tra Pilato e Roma oggi è la Scala Pilati che si trova in Piazza San Giovanni vicino alla omonima basilica. La tradizione vuole che i 28 gradini di marmo del palazzo di Pilato a Gerusalemme furono portati nell’Urbe da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Rappresentano il luogo fisico del processo e del “lavacro delle mani”. Si crede che Gesù, il giorno della sua condanna, abbia percorso questi scalini diverse volte e che vi siano impresse tracce del suo sangue.
Da secoli, i fedeli salgono questi gradini in ginocchio, come atto di devozione, tant’è che nel 1723, Papa Innocenzo XIII, li fece ricoprire con legno di noce per proteggerli dall’usura.
Pilato è diventato il simbolo universale di chi, pur avendo responsabilità, preferisce “lavarsene le mani” per opportunismo o vigliaccheria. Certamente non dimostrò grande acume. Davanti a Cristo che si proclamava ‘la Verità’, non seppe che chiedere: “Che cos’è la verità?” e questa domanda senza risposta fu forse il testamento spirituale di un uomo incapace di comprendere la grandezza del momento che gli si parava davanti o, forse, tristemente, la verità oggettiva contrapposta alla convenienza politica, sempre ammesso che non abbia condotto l’inchiesta successiva… .
Un saluto
