Alberto Mario Cirese e le giornate di etnomusicologia

Siamo lieti di ospitare un intervento del Prof. Ilio Leonio relativo al recente convegno di etnomusicolgia svoltosi ad Avezzano

Il prof. Ilio Leonio

di Ilio Leonio

AVEZZANO – L’intervento di apertura della giornata di studi sull’etnomusicologia, tenutasi in Avezzano il giorno 11 novembre scorso, era dedicato ad Alberto Mario Cirese, uno dei padri delle moderne scienze antropologiche, originario di Avezzano, a cento anni dalla nascita e a dieci dalla morte.

Alberto Cirese, nato ad Avezzano il 19 giugno 1921, da Eugenio, ispettore scolastico molisano assegnato nel 1920 alla nostra Città, e dalla maestra Aida Ruscitti, ha frequentato le scuole cittadine fino al quarto ginnasio, quando raggiunse, con la famiglia, il padre trasferito a Rieti.

Molti i ricordi, i legami, gli affetti e le amicizie, che lo hanno legato per sempre ad Avezzano, come riportato in “Memorie d’infanzia”, dove con una narrazione ampia, piacevole e puntuale ricorda e descrive, con amabile immedesimazione luoghi, personaggi, compagni di scuola, aneddoti curiosi, fatti di vita quotidiana, espressioni spassose del dialetto “ibrido” avezzanese, avventure e disavventure della sua infanzia e adolescenza.

Ad Alberto Cirese era ben presente la sua formazione provinciale – personale e familiare – e amava ricordare spesso le sue diverse patrie: Avezzano luogo natale e materno, il Molise luogo paterno e anche di momenti della sua vita, Rieti e la Sabina, luoghi della sua più recente vicenda familiare.

Si laurea a Roma nel 1944, dove frequenta la Scuola di perfezionamento in Scienze etnologiche, svolgendo anche attività di assistente volontario presso la cattedra di Etnologia, dove inizia una collaborazione con Ernesto de Martino.

Dal 1961 è chiamato a insegnare Storia delle tradizioni popolari e poi anche Antropologia culturale all’Università di Cagliari, dove rimane fino al 1971, promuovendo un gruppo di ricerca e di studio, individuato poi come Scuola antropologica di Cagliari, in cui si è formata una nuova e autorevole generazione di studiosi del settore.

Dopo Cagliari, Cirese passa a insegnare Antropologia culturale prima a Siena, dal 1971 al 1973, e poi a Roma, dal 1973 al 1992. Dal 1997 è nominato Professore Emerito della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza”.

Per avere una misura della sua incidenza negli studi demologici, basti rilevare che il suo manuale di studi sul mondo popolare tradizionale, Cultura egemonica e culture subalterne, è stato adottato per oltre un quarantennio in numerosissimi corsi universitari, non solo italiani, ed ha avuto finora venti ristampe.

A proposito dell’argomento della giornata di studi, è interessante rilevare la presenza, in Cultura egemonica e culture subalterne, di una vera e propria storia degli studi etnomusicologici in Italia, tessuta in una trama trasversale che percorre tutto il volume, come un argomento per alcuni versi autonomo, quasi alieno, e nel contempo fortemente raccordato alla narrazione, all’impianto e alla struttura globale del libro.

Cirese può essere individuato a ragione come uno degli studiosi più rigorosamente impegnati nella definizione e rifondazione dello statuto epistemologico della disciplina, attraverso un lavoro metodico e scrupoloso di ordinamento, di classificazione e di ricomposizione in scienze antropologiche delle diverse partizioni disciplinari, operate dal mondo accademico.

In effetti, Cirese è riuscito a delinearne, nei suoi studi, una dimensione epistemologica che consente di superare i localismi descrittivi e le ricerche legate a un collezionismo dilettantistico e superficiale di fatti, dati, casi, fenomeni.

Come egli ha sempre sostenuto “gli studi locali non si fanno con metodi o teorie locali”, ma con un lavoro esigente e rigoroso sui contesti e sulle strutture, sulla scorta di una criteriologia in grado di leggere, interpretare e connettere i fatti demologici.

In questa ottica, tutto l’impegno intellettuale di Cirese è permeato da una tensione permanente alla ricerca di un punto di equilibrio mobile tra le ragioni del cosmo e quelle del campanile, come recita la sua raccolta di saggi “Tra cosmo e campanile. Ragioni etiche e identità locali”, in cui si figura uno scenario che coniuga caratteri di globalità e località insieme, in un rapporto interstrutturale tra le ricerche locali e gli sviluppi più evoluti delle scienze antropologiche, in una dimensione planetaria.

Sempre sulla stessa figurazione di senso, in un Convegno di studi, a Rieti, nel 1983 aveva usato un’immagine suggestivamente evocativa per indicare i rapporti fra locale e globale: “I piedi nel borgo e la testa nel mondo”, a significare un’interazione permanente e pervasiva, in cui il borgo e il campanile dialogano con il mondo e con l’universo.

Il tratto distintivo e caratterizzante degli studi di Cirese può essere individuato nella sua originale teoria relativa ai “dislivelli di cultura“, in cui mette in evidenza gli aspetti di differenziazione della cultura popolare rispetto alla cultura egemone, nel quadro di una visione complessa delle disarticolazioni e delle interrelazioni fra mondi diversi.

Ad una lettura didascalica, i dislivelli interni di cultura identificano e rilevano le distanze culturali relative a concezioni e comportamenti di strati subalterni e periferici della nostra stessa società.

La complessità dei processi di sviluppo, nelle moderne società occidentali, ha generato dislivelli e contrapposizioni fra Nord e Sud, città e campagna, élite e classi popolari e ha comportato differenti modalità di partecipazione, da parte dei vari gruppi in cui queste società si articolano, alla produzione e alla fruizione dei beni culturali.

La distanza culturale esistente tra classi, ceti, gruppi, che sperimentano diverse condizioni sociali all’interno di una stessa società, significativamente coincidenti con dislivelli di potere, individua una situazione ad altissimo rischio di esclusivismo culturale, che consiste in un atteggiamento per cui le concezioni e i comportamenti degli strati subalterni e periferici vengono rigettati fuori dei confini della cultura, perché non collimanti con gli atteggiamenti e i valori dei ceti dominanti e colti e con i modi ufficiali di vedere il mondo.

I dislivelli esterni di cultura, d’altro canto, individuano e considerano le distanze culturali che ci separano dalle situazioni altre dalla nostra, in riferimento alle società etnologiche o primitive.

Quando le forme, i contenuti e i valori della propria cultura vengono assunti come metro di misura e di valutazione delle culture altre, si presenta sempre, in maniera dirompente, il rischio dell’etnocentrismo che consiste nel disconoscimento e nel rigetto delle culture che rispondono a concezioni e visioni del mondo diverse dalle proprie.

La condizione per lo studio dei gruppi socioculturali diversi dal proprio, secondo Cirese, consiste nell’accettazione dell’esistenza di una pluralità di culture e nell’adozione di strumenti concettuali in grado di renderle tutte comprensibili, in una visione che assuma l’altro non come altro da sé ma come un altro sé.

Anche in questo dominio di discorso l’impegno strenuo e rigoroso di Cirese si è sempre contraddistinto per una sorta di nomadismo culturale, volto al superamento permanente dei confini dati e dei muri costruiti dai dislivelli di cultura. Non c’è alcun compiacimento, infatti, nell’aver individuato tali dislivelli: il compito dell’intellettuale non è quello di innalzare barriere, ma quello di costruire ponti fra mondi culturali diversi, fra dislivelli di cultura, appunto, che, se consolidati e perduranti nel tempo, rischiano di diventare i pilastri portanti dei muri di confine fra culture diverse, quei muri al cui abbattimento Alberto Cirese ha dedicato, con intelligenza e con passione, la sua vita di intellettuale militante.

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