Apologia del fascismo su TikTok: cinque minori indagati e una domanda che riguarda tutti
SULMONA – Tra responsabilità penale, inconsapevolezza e social network, il caso dell’episodio di apologia di fascismo in una scuola di Sulmona riapre il tema dell’educazione giuridica nelle scuole.
Cinque minorenni risultano indagati per apologia del fascismo dopo aver pubblicato su TikTok un video in cui compaiono simboli riconducibili al regime, una bandiera e il saluto romano. Ma chi ha avuto modo di osservare attentamente le immagini racconta una realtà più complessa: non cinque ragazzi isolati, bensì un’intera classe, mani alzate, atteggiamenti apparentemente goliardici, privi — almeno in superficie — di una chiara consapevolezza della portata dei gesti compiuti.
È proprio qui che il caso supera la cronaca giudiziaria e diventa una questione culturale e sociale.
Per chi guarda da fuori, emerge con forza la sensazione di una leggerezza diffusa, probabilmente figlia di una scarsa conoscenza delle norme che regolano il divieto di apologia del fascismo. Una leggerezza che non può essere automaticamente confusa con adesione ideologica, ma che resta comunque giuridicamente rilevante.
Viviamo in una società caratterizzata da un’ampia libertà di espressione, soprattutto online. I ragazzi — come gli adulti — aprono quotidianamente i social media e si imbattono in commenti aggressivi, offese, istigazioni all’odio, scene di reati raccontate o mostrate senza filtri. Tutto ciò contribuisce a creare una convinzione pericolosa: che “si possa dire e fare tutto”.
Ma non è così.
Esprimere un’opinione non equivale ad avere carta bianca. Esistono limiti precisi, posti a tutela della dignità altrui, della memoria storica e della convivenza civile. Se spesso sono gli stessi adulti a cadere nell’errore, commettendo illeciti quotidiani sul web nella convinzione di essere protetti dalla democrazia, è facile immaginare quanto più fragile sia la consapevolezza di un minorenne.
Prima ancora di arrivare al Tribunale per i Minorenni, allora, la riflessione dovrebbe spostarsi nelle scuole. È lì che dovrebbe essere rafforzata l’educazione al diritto, alla cittadinanza digitale, alla comprensione concreta dei rischi legali connessi all’uso dei social network.
Il periodo fascista è stato una pagina di profonda sofferenza per l’Italia, aggravata dall’alleanza con il nazismo. Eppure non tutti i ragazzi conoscono davvero il significato giuridico e storico dell’apologia del fascismo. Non tutti sanno che anche un gesto apparentemente “per gioco”, come tenere in mano una bandiera o imitare un saluto, può avere conseguenze penali.
I reati che coinvolgono i minori attraverso strumenti informatici sono in costante aumento. Spesso non per dolo, ma per ignoranza delle regole. Le immagini che si condividono, le parole che si scrivono, non sono prive di responsabilità solo perché passano da uno schermo.
Il legislatore stesso riconosce la complessità della capacità di comprensione nei minori: non è un caso che sotto i 14 anni non sia prevista imputabilità, e che fino ai 18 la valutazione della maturità sia centrale. Questo dato dovrebbe indurci a interrogarci non solo sulla sanzione, ma sulla prevenzione.
Un esempio attuale lo dimostra: l’avvento dell’intelligenza artificiale ha spinto il governo a intervenire rapidamente per contrastare l’uso lesivo della dignità e della reputazione altrui. Non perché mancassero norme, ma perché è emerso chiaramente come la società non fosse pronta a interpretarle correttamente.
Lo stesso vale per i social network.
Questa vicenda, allora, non dovrebbe limitarsi a individuare responsabilità individuali, ma diventare un’occasione per interrogarsi sul ruolo delle istituzioni scolastiche e degli adulti. Spiegare cosa è lecito e cosa non lo è non è un dettaglio, ma una necessità urgente in una società che corre più veloce della consapevolezza giuridica di chi la abita.
