Avezzano. I passi avanti nella cura della sclerosi multipla

di Angela Rubini

AVEZZANO – Sabato 26 ottobre alle ore 17:30, presso la Sala del Principe di Palazzo Torlonia si è tenuto un interessante incontro organizzato dall’Aism sezione provinciale de L’Aquila e la Pro Loco di Avezzano. Esimio relatore è stato il dottor Rocco Totaro, neurologo del Centro malattie demielinizzanti dell’Ospedale San Salvatore de L’Aquila. In particolare, è stata affrontata “L’evoluzione dello scenario terapeutico nella sclerosi multipla”.

Cerchiamo di fare chiarezza sui termini più di frequente usati in questa patologia: autoimmunità, neuroni, mielina, placche, terapia.

La  sclerosi multipla è una malattia autoimmune multifattoriale a causa della quale, i neuroni – cellule deputate alla trasmissione degli impulsi nervosi – perdono la sostanza che “isola” il filo lungo il quale si diffonde l’impulso da e verso il cervello; la malattia è autoimmune poiché sembra che il rischio di contrarla sia legato alla forma specifica di un gene che codifica la sintesi di una specifica proteina con funzioni immunologiche ed è multifattoriale perché si riscontra la concomitanza di fattori sia genetici sia ambientali nel palesarsi del malattia. Le zone che risultano demielinizzate vengono dette placche, cioè lesioni che, evolvendo da una fase infiammatoria ad una cronica, esitano in “cicatrici” e da cui deriva il nome sclerosi il cui aggettivo – multipla – ben lascia intendere come, nel processo distruttivo, possono essere interessate più aree cerebrali.

Quali terapie oggi? E questo, è stato l’argomento su cui, davanti ad un interessatissimo pubblico, si è dilungato il dottor Totaro che, con alta competenza e professionalità, ha delineato lo stato dell’arte delle metodiche di trattamento della patologia. Lo scenario è complesso e articolato: da una quasi assenza di farmaci, si è arrivati ad operare con circa una dozzina di farmaci; il ventaglio di possibilità – che consente di cambiare farmaco in caso di inefficacia, non modifica gli obiettivi del trattamento che deve da un lato ridurre le ricadute e danni e sempre, stella polare, perseguire il benessere del malato, combattendo la malattia.

Oggi, rispetto a qualche anno fa, è cambiato il modo di trattarla: nel tentativo di ridurre gli effetti collaterali dei farmaci, si cerca l’efficacia e l’efficienza della terapia che dovrebbe condurre alla non-evidenza di malattia cioè alla assenza di disturbi clinici. Tale quadro viene rimandato a tre parametri: il livello di disabilità; il numero delle ricadute; la presenza di ulteriori placche alla risonanza magnetica.

Oggi, nel 50% dei casi si è pervenuti all’obiettivo perché i farmaci funzionano decisamente meglio ma è di tutta evidenza che la malattia, per quanto arginata, non è sconfitta.

Altro punto nodale è la precocità del trattamento; questo, perché la terapia: 1) produce migliori benefici nel lungo termine; 2) funziona meglio sull’infiammazione che sulla degenerazione. Irrinunciabile è il fattivo contributo del paziente. La terapia può procedere per induzione (dal farmaco più potente a quello più blando) o viceversa ma non manca una 3^ via: la terapia da immunoricostruzione cioè, con appositi farmaci viene distrutto il sistema immunitario del malato e poi, viene ricostruito attraverso il trapianto di specifiche cellule.

Il trattamento deve perdurare nel tempo, contemplando l’ipotesi di cambiare qualora l’efficacia non risulti sotto controllo. Quest’ultimo viene monitorato in osservanza a specifici parametri (ricadute; lesioni alla R.M.; danni) per i quali esistono due scuole di pensiero: quella americana, che registra semplicemente la loro presenza/assenza e quella europea, che offre invece, una modulazione dei livelli di presenza/assenza; quest’ultimo modello sembra essere di gran lunga più affidabile.

Esiste un momento in cui potrebbe essere possibile bloccare/cambiare la terapia ma l’eventualità è estremamente soggettiva e funzione di troppe variabili per poter definire un tempo specifico. Gli studi proseguono anche su questo fronte e portano questi risultati: – dopo i 60/ 65 anni sembra che il sistema immunitario perda competenze e quindi, riduca fortemente l’azione devastatrice della malattia; un secondo motivo potrebbe essere l’inefficacia del farmaco; un altro ancora la presenza di uno stato di gravidanza/allattamento (anche se non è sempre vero, in quanto esistono farmaci che non superano la barriera fetale o entrano nel latte materno).

Gli ultimissimi farmaci sono stati preparati per agire sia sui linfociti T – inizialmente ritenuti gli unici responsabili delle malattie autoimmuni – che su quelli B, da poco scoperti come corresponsabili della malattia. L’obiettivo è sempre quello di ridurre (eliminare, magari!) lo stato di malattia con i minori effetti collaterali possibili; di certo, l’attenzione è posta oggigiorno al malato e non esclusivamente alla malattia ragion per cui, la presenza di diversi farmaci  – di cui si è detto prima – consente di adattare la terapia in modo quasi individuale, pur nel rispetto di alcuni protocolli, la cui osservanza è poi utile per la ricerca, definendo pertanto, un certo livello di complessità nella scelta del farmaco.

Un rapido accenno è stato fatto all’uso della vitamina D, della quale va aborrita l’indiscriminata assunzione; e dell’uso delle cellule staminali e della riemielinizzazione; per quest’ultime pratiche – ancora in una precoce fase di sperimentazione – bisognerà attendere tempi migliori che tutti si augurano siano i più brevi possibili per sconfiggere una malattia che – nelle forme peggiori – determina gravi forme di disabilità.

L’incontro fa parte di una serie di eventi informativi che – itineranti in diverse cittadine della provincia – hanno lo scopo di sensibilizzare, diffondere e informare i cittadini su una malattia che, solo in Italia, fa registrare la presenza di 118.000 malati.

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