Caldo record e spazi urbani: il Caso “Piazza” del Mercato di Avezzano. La foresta di metallo muta in griglia all’aperto. Rileggere Le Corbousier e rimettere gli alberi. Quelli veri
Se pensavate che il futuro dell’ecologia risiedesse nella fotosintesi clorofilliana, siete rimasti drammaticamente indietro. Benvenuti nel futuro, benvenuti a Piazza del Mercato ad Avezzano, dove è stato brillantemente risolto il seccante problema dell’autunno: alberi che non perdono le foglie semplicemente perché sono fatti di ferro e lamiera.
I vecchi olmi secolari, con quella loro pretesa anarchica di produrre ossigeno, fare ombra naturale e ospitare uccellini che cinguettano senza regolare autorizzazione, sono stati finalmente pensionati. Al loro posto, una rigogliosa e avveniristica foresta di metallo che non teme la siccità, non soffre di parassiti e soprattutto, resiste egregiamente a qualsiasi tentativo di abbraccio da parte degli ambientalisti.
ALTRO CHE ISOLE DI CALORE: AD AVEZZANO SI CUCINA ALL’APERTO!

Mentre l’architettura contemporanea globale “un po’ noiosa e ripetitiva” si affanna a progettare piazze verdi e fitti boschi urbani per contenere le temperature estive e mitigare i cambiamenti climatici, Avezzano risponde con il genio italico. Chi ha bisogno di abbassare le temperature quando puoi sfruttare la piazza come un’immensa piastra a induzione naturale? A Piazza del Mercato il concetto di “vivere la città” è stato totalmente rivoluzionato. Nelle giornate di luglio e agosto, l’ombra non è più quel concetto rinfrescante e banale di una volta: sotto le fronde metalliche e le tettoie arroventate dal sole della Marsica si sperimenta una nuova frontiera del turismo enogastronomico. I cittadini non vanno più in piazza a passeggiare, ci si recano per cuocere le pietanze all’aperto.
Basta poggiare una padella sulla lamiera “finta-foglia” per ottenere una frittata perfetta in trenta secondi, o posizionare gli arrosticini direttamente sulla corteccia zincata a caldo per una cottura uniforme a emissioni zero di carbone (ma ad altissimo rendimento siderurgico).
I VANTAGGI INCONTESTABILI DEL “BOSCO SOTTO VUOTO”
C’è da capirli, i progettisti. Un albero vero è una fonte continua di ansia urbana:
- Le radici: Sollevano il costoso porfido della piazza. La lamiera invece sta lì, imbullonata e disciplinata.
- Le foglie: Vanno spazzate. L’albero di ferro, al massimo, richiede una passata di antiruggine ogni tre anni e un po’ di Svitol se i rami cigolano con il vento.
- L’effetto serra locale: Molto più efficiente del condizionatore. L’effetto “forno a microonde ventilato” è garantito per chiunque osi attraversare la piazza a mezzogiorno. Altro che sabbiature per i reumatismi: dieci minuti di esposizione in piazza e le ossa sono asciugate (e non solo quelle).
UNA NUOVA FAUNA URBANA

Ci si chiede ora come reagirà l’ecosistema locale. Si attendono a breve picchi muratori muniti di trapano a percussione e nidi di uccelli interamente coibentati in fibra di vetro per resistere alle temperature di fusione delle fronde. I gatti del quartiere stanno già prendendo lezioni di arrampicata previa dotazione di copri zampe ignifughe, mentre gli anziani della piazza, nostalgici della vecchia ombra, possono finalmente godersi il riflesso accecante del sole direttamente sulle lamiere nuove di zecca, che poi funziona meglio del laser: una occhiata e la cataratta è risolta!.
Avezzano si proietta così nell’era della transizione ecologica 2.0: meno clorofilla, più carpenteria pesante. E se qualche forestiero dovesse lamentarsi del caldo d’inferno, la risposta è già pronta: non è un colpo di calore, è installazione artistica contemporanea.
E LE CORBOUSIER?
Per Le Corbousier, tanto per non fare nomi, il verde era un elemento fondamentale e rigenerante, da integrare profondamente sia nell’architettura degli edifici che nella pianificazione delle città
Il tetto giardino
Il tetto-terrazza: È uno dei suoi celebri “cinque punti” dell’architettura moderna. Il tetto piatto coperto di vegetazione restituisce lo spazio verde sottratto dalla costruzione a terra. Il manto verde protegge dal caldo e dal freddo e offre un luogo di vita all’aperto.
Progettava grandi spazi urbani immersi in immensi parchi, dove la natura e la luce fossero accessibili a tutti gli abitanti.
L’intento era voler decongestionare i centri storici densi e caotici, distribuendo i volumi abitativi in armonia con ampie aree verdi.
A Milano l’architetto Stefano Boeri ha disegnato il palazzo ammantato di verde soprannominato “Bosco Verticale”. Ad Avezzano no, nè bosco verticale e nemmeno orizzontale: è nato il bosco “pensilina” dove oltretutto ci piove attraverso contrariamente all’uso cui sono destinate queste costruzioni. In mezzo al verde della Marsica un bel buco di ferro: c’è da farsi cadere le braccia!

La nouvelle vague ecologica avezzanese ha portato alla creazione di qusta pensilina da corriere extraurbane dove gli alberi sono elementi accuratamente evitati: – Ma che ci fai con un albero in una piazza? – pare udire – meglio un pezzo di lamiera che azzera la manutenzione!– che poi una piazza storica sia stata mutilata che importa?
Nel terzo canto dell’Inferno dantesco Virgilio rispose a Caronte, che non voleva traghettare il Sommo Poeta perché vivo, dicendo: “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare”. Ecco, lì si era nell’Inferno e forse lì dovrebbe essere mandato chi volle e potè ideare cotanto scempio in cotanta piazza.
Siccome agli errori e agli orrori si può porre rimedio, perchè non ripristinare la piazza così come era? Si può ricavare del denaro da un rottamaio vendendo quella ferraglia, contribuendo,tra l’altro, alla salute della cittadinanza.
Un saluto
