Chiude “Birra del Borgo” il prestigioso marchio nato a Borgorose fra Lazio e Abruzzo. 27 lavoratori, vittime dell’ennesimo caso di “suicidio assistito aziendale”, scrivono a Selvaggia Lucarelli

BORGOROSE – La storia è di quelle che fanno gridare al miracolo dell’inventiva, delle capacità e dell’industriosità dell’uomo, o almeno di certi uomini e donne.

Parliamo della storia di “Birra del Borgo”, il marchio di birra nato a Borgorose, a cavallo fra Lazio e Abruzzo, una scommessa che sembrava destinata al fallimento e che, invece, negli anni ha collezionato successi, premi e riconoscimenti di altissimo livello, assurgendo fra le marche più apprezzate nel mondo della birra.

Ma non è bastato. Il gruppo al quale fa capo Birra del Borgo, AB InBev, ha infatti deciso che i conti non tornano e che non ci sarebbero altre soluzioni che chiudere baracca e burattini e tagliare il futuro a 27 lavoratori, 27 “unità lavorative” come un tempo le descrisse l’ex Ad di una nota fabbrica di Avezzano, che noi invece identifichiamo in 27 esseri umani, con 27 famiglie fatte di esseri umani, con i loro progetti, i loro sogni e soprattutto la loro dignità.

Ma si sa, anche in un altrettanto noto caso che ha riguardato,, oltre dieci anni fa, una prestigiosa testata giornalistica romana con sedi in Abruzzo, quando il “gruppo” decide che sei un peso, sei un peso, e quindi bisogna “dimagrire…

Peccato che, come in tutti i casi del genere, i “grassi” da eliminare siano sempre e solo i lavoratori e le loro famiglie. Ma tant’è e di questi tempi non c’è da attendersi di meglio.

E così i 27 dipendenti della Birra del Borgo, prima di soccombere, hanno inviato una lettera a Selvaggia Lucarelli, e la giornalista e opinionista non l’ha ignorata e, anzi, l’ha pubblicata e commentata sui suoi canali social.

Davanti alla ricostruzione della vicenda, con tanto di possibilità tanto concrete quanto alternative alla chiusura, indicate compiutamente dai 27 lavoratori, m ignorate dalla proprietà “il Gruppo”, la Lucarelli ha scritto il pensiero che segue: “Birra del borgo chiude. Chiude uno stabilimento, per ragioni che non posso analizzare perché non le ho studiate, ma chiude anche un capitolo importante per la vita di 27 persone.

Persone per cui quell’azienda costituiva un capitale non solo economico, ma affettivo. Mi è arrivata questa mail e non mi sono sentita di ignorarla, domani questi lavoratori saranno a Milano, in Gae Aulenti. Sono pochi, come dicono loro, ma forse ora sono un po’ meno soli.

So che la multinazionale ha inviato una mail ai dipendenti dell’ufficio di Milano invitandoli, domani, a lavorare in smart working, così da evitare fastidi per la “manifestazione”. Non mi pare una grande idea: forse guardare, accorgersi del dolore, della rabbia, del dispiacere negli occhi degli altri, è una delle poche cose che ci separa dalle macchine”.

E sì, ha ragione da vendere Selvaggia Lucarelli: riconnettersi con gli altri, con i loro dolori, con le loro storie, con la realtà umana, è l’unico modo per salvarsi dalle macchine, dalle AI e da tutto ciò che questo nuovo medioevo vorrebbe imporci per strapparcela dal petto l’anima.