Dietro al “branco”: cosa si nasconde nella violenza tra i giovani? Ci siamo noi adulti e un vuoto di prospettive e contenuti senza precedenti

Le cronache illustrano troppi casi di violenza e soprattutto di violenza minorile. A volte viene da domandarsi: “Ma cosa hanno ‘sti giovani per essere così cattivi?

Mi viene tristemente da rispondere: “hanno noi!”. La mestizia di questa risposta mi ha fatto sorgere una domanda: “ma cosa è stato fatto dalle generazioni precedenti per loro? Cosa hanno costruito?” La mia generazione ha fatto il ’68, lo diciamo impettiti, con orgoglio, come se avessimo preso la Bastiglia e in effetti una rivoluzione nella mentalità, l’etica e la morale c’è stata. I costumi sono mutati, perfino il modo di vestirsi e di pettinarsi.

Una volta le ragazze erano costrette ad andare dal parrucchiere molto spesso per farsi acconciare con quelle capigliature Bouffant: alla Jacqueline Kennedy oppure Beehive, ad alveare, come Brigitte Bardot. Quando non andavano dal parrucchiere le donne dell’epoca erano costrette ad adoperare abbondanti dosi di lacca, bigodini grandi e pettini a coda per cotonare le ciocche: una vera costrizione. Poi venne Janis Joplin che sdoganò le pettinature.

Janis Joplin

La sua acconciatura era l’esatto opposto degli stili strutturati come il Beehive o il Bouffant. Rappresentava l’estetica hippy e psichedelica della fine degli anni ’60, caratterizzata da un look selvaggio, naturale e volutamente spettinato. Se oggi le ragazze portano capelli lunghi, lisci, naturali senza porsi il problema del parrucchiere obbligatorio lo devono a lei. Stessa cosa valeva per i vestiti dei ragazzi dove l’obbligatoria giacca e cravatta per i giovani fu sostituita da un più informale abbigliamento con camice damascate o jeans e pantaloni scampanati.
Allora si leggeva molto anche perché di discoteche non ne esistevano, internet era di là da venire e di telefonini manco a parlarne. La gioventù dell’epoca acquistava e scambiava libri e se qualche fumetto c’era, non era solo Topolino ma anche i più intellettuali Linus, BC o Bristow.

Descrisse quel periodo, “Time”, come il “rasoio che separò il passato dal futuro“. Erano iniziati gli anni della “contestazione”. Le rivolte studentesche avevano come oggetto tutt’altro che la sbornia o una occhiata troppo insistente ad una ragazza.

Le prime proteste studentesche nacquero nelle università degli Stati Uniti per difendere i diritti civili e contro la guerra in Vietnam. Al termine degli anni ’60 la protesta divenne globale. In Francia esplose il “Maggio francese” con l’occupazione da parte degli studenti della Sorbona. La brutale repressione poliziesca innescò una rivolta sociale senza precedenti trasformando una protesta universitaria in uno sciopero generale che paralizzò la Francia, sfidando il governo gollista e la società tradizionale.

In Italia la contestazione studentesca si unì a quella operaia nell’Autunno caldo del 1969. Violenza ci fu: la reazione dei giovani era vista come veri e propri atti criminali. In Italia nuove forme di mobilitazione sfociarono in periodi più cupi come gli anni di piombo.  Si trattò di una rivolta generazionale contro l’autorità, le gerarchie sociali e la morale tradizionale, che chiedeva più libertà e democrazia. 

il “vangelo” filosofico dei movimenti del Sessantotto e della contestazione fu il libro “L’uomo a una dimensione“ di Herbert Marcuse. Il concetto centrale era una critica feroce alla società industriale avanzata (sia capitalista che comunista), che il filosofo definiva totalitaria in modo subdolo. Secondo lui l’uomo moderno aveva perso la capacità critica. Viveva in una “unica dimensione”: quella del consumo e della produzione. Non riusciva più a immaginare un’alternativa al sistema in cui viveva.

Il sistema creava bisogni artificiali (l’auto nuova, l’ultimo gadget, il successo sociale) per indurre le persone a lavorare sempre di più. Soddisfare questi bisogni dava l’illusione di una libertà, ma era una forma di controllo sociale.

Marcuse spiegava che l’allora società era forte perché permetteva, si, il dissenso, ma riassorbendolo subito e trasformandolo in “moda” o prodotto commerciale, rendendolo innocuo.

Essendo la classe operaia integrata nel sistema dai comfort del benessere, il filosofo affidava il cambiamento agli studenti, minoranze e intellettuali, capaci di opporre un rifiuto a quella società.

In breve, per lui, l’uomo crede di essere libero perché può scegliere tra molte marche diverse, ma non è più libero di scegliere una vita fuori dalle logiche del profitto.

Secondo voi è cambiato molto da allora o i temi sono sempre attuali? Una cosa è variata: gli studenti dell’epoca dibattevano questi problemi, contestavano gli insegnanti e spesso erano anche colti. Le futilità non gli interessavano, ma oggi?

Il “pensiero” pare essere stato messo al bando o politicizzato, ingabbiato e frenato creando isole dove i nostri giovani sono abbandonati a loro stessi. Non hanno una base, una prospettiva e anzi taluni sono affluiti in una sorta di “neo emigrazione” dove, come una volta, sono costretti a recarsi all’estero per un lavoro. Ora ci si domanda come mai il tasso di natalità è così ridotto: ebbene facciamoci una domanda e diamoci una risposta: dove trovano casa, lavoro e sostegno i giovani? Siamo davanti al fallimento degli anni della contestazione giovanile e peggio, sono ostaggi di una nazione che pretende ma non dà, anzi offre sempre di meno pretendendo molto di più ed ecco che il malumore diventa violenza.

Il parallelo tra “Arancia meccanica” il film di Stanley Kubrick del 1971 e le baby gang odierne è un tema ricorrente nella cronaca italiana, usato per descrivere la violenza giovanile efferata, gratuita e apparentemente priva di un movente economico.

Analogamente ai “drughi” di Alex DeLarge nel film, le baby gang moderne agiscono con aggressività non solo per rapina, ma per il gusto di dominare e terrorizzare. Anche l’emulazione ha la sua parte. Alcune bande hanno mostrato comportamenti ispirati a film o immaginari violenti, come evidenziato in diversi arresti a Milano.
Cosa drammatica: spesso le aggressioni sono riprese con gli smartphone e condivise sui social, trasformando la brutalità in “spettacolo”. Si cerca la notorietà. In questo contesto, dunque, le gang giovanili non cercano solo il profitto, ma una forma di potere attraverso la paura e l’affermazione attraverso l’immagine, l’informazione.

Come abbiamo notato, l’aumento della violenza tra i minorenni è un fenomeno complesso che non ha una sola causa, ma deriva da un insieme di fattori sociali, psicologici e tecnologici. l’Italia ha tassi di criminalità minorile tra i più bassi in Europa. Purtroppo, tra il 2014 e il 2024 è cresciuta l’incidenza di reati come lesioni personali, rapine e risse.

I motivi principali identificati dagli esperti e dai rapporti più recenti indicano come responsabili il disagio psicologico post-pandemia che ha lasciato ferite profonde nella salute mentale delle nuove generazioni con un aumento esponenziale di ansia, depressione e disturbi alimentari. La violenza spesso diventa “l’altra faccia” di questo disagio: un dolore profondo che il minore non riesce a comunicare e che esplode verso l’esterno.

A detta dei soloni, l’uso eccessivo della tecnologia sta portando a quella che alcuni definiscono “socialpatia”. L’abitudine a relazionarsi tramite schermi riduce la capacità di percepire il dolore altrui, diminuisce l’empatia.
I social alimentano sfide online e rafforzano un senso di invincibilità all’interno di gruppi virtuali, trasformando l’aggressività tipica dell’adolescenza in violenza collettiva.

A questo si aggiunge che In rete mancano il tono della voce, l’espressione del viso e il linguaggio del corpo. Senza visualizzare la reazione di sofferenza dell’altro, il cervello fatica a attivare l’empatia, facilitando la deumanizzazione. La costante esposizione a contenuti aggressivi o violenti online può, inoltre, ridurre la percezione della gravità di tali comportamenti nella vita reale. Una volta si dava la colpa ai giochi da PC violenti, ora ai social, mai ai più “grandi” che dovrebbero operare seriamente nei confronti di questa gioventù con iniziative, diffusione della cultura, leggi. Esiste una responsabilità collettiva: la società fornisce il “terreno”, ma sono le carenze nei percorsi educativi e relazionali a permettere alla violenza di germogliare.

Molti episodi di violenza e la formazione di baby gang nascono dal bisogno di appartenenza che non trova risposta in famiglia o a scuola.

Non esiste più, giusta o sbagliata che sia, una comunicazione o modelli educativi adeguati in famiglia e questo rappresenta uno dei principali fattori di rischio. A tutto ciò aggiungiamo La dispersione scolastica e la mancanza di spazi di aggregazione sani che lasciano i giovani vulnerabili alla strada o alla malavita, la facilità di reperire armi (anche a salve modificate). Come non bastasse, nel 2024 si è registrato un record storico di reati sui minori in Italia (oltre 7.200 casi), segno di un ambiente sociale, sempre più aggressivo, in cui i giovani sono sia vittime che carnefici.

In Abruzzo, il fenomeno della violenza e del disagio minorile riflette l’andamento nazionale, ma con alcune specificità locali emerse tra il 2024 e l’inizio del 2026. Sebbene i reati complessivi contro i minori abbiano registrato una leggera flessione del 2% nel 2024, la magistratura segnala un quadro in peggioramento relativamente al disagio sociale e i reati digitali. 

All’apertura dell’anno giudiziario 2026 a L’Aquila, è stata evidenziata una crescita dei procedimenti che coinvolgono i minori, in particolare per l’uso di sostanze e reati commessi online. Nel primo semestre del 2025, inoltre, il numero di inchieste per abusi su minori è quasi raddoppiato rispetto alla fine del 2024.

Sono aumentati i casi di bullismo che superano la media nazionale. Il fenomeno delle “baby gang” preoccupa soprattutto per l’uso del “branco” come strumento di onnipotenza e per l’abbassamento dell’età media dei coinvolti. 

La Regione tenta di rispondere con diversi progetti mirati per contrastare la povertà educativa e la violenza tra pari. Nel settembre 2025, sono stati finanziati 12 progetti specifici per un totale di circa 9,5 milioni di euro, mirati a togliere i ragazzi dalla strada e offrire alternative sane.

Abruzzo contro il Bullismo” è un progetto di riflessione condivisa nelle scuole per sensibilizzare su bullismo e cyberbullismo, “Youth For Love” (siamo all’inglese: mi ricorda “Peace and Love” al tempo degli hippie ma, forse, simboleggia una mentalità frusta per cui basta un linguaggio “a la page” per avvicinare i giovani) Il programma attivo tra il 2024 e il 2025 contro la violenza di genere e tra pari era focalizzato sul benessere relazionale degli studenti. Alla fine il Premio Nazionale Paolo Borsellino (suona bene eh?). Organizza regolarmente incontri nelle scuole abruzzesi (es. a Pescara e Teramo) per promuovere la legalità e l’educazione civica. 

Per dirla con Dante “Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire

L’educazione civica in Italia è oggi un insegnamento trasversale obbligatorio in tutti i gradi di istruzione, reintrodotto con la Legge 92 del 20 agosto 2019 a partire dall’anno scolastico 2020/2021. “Alla buon ora” dirà qualcuno, ma sono 33 ore annuali dedicate alla materia all’interno del normale orario scolastico, quasi niente.

In questo poco tempo si intende fornire ai giovani una base sulla Costituzione, lo studio delle istituzioni italiane, dell’Unione Europea e degli organismi internazionali, nonchè un approfondimento su concetti come legalità e contrasto alle mafie.

Non manca lo studio dai “buoni propositi” quali educazione ambientale, tutela del patrimonio e del territorio e la cittadinanza Digitale, che si estrinseca nella formazione sull’uso consapevole delle tecnologie, analisi critica delle informazioni online e prevenzione di fenomeni come il cyberbullismo e con questo siamo a posto (!). 

I buoni propositi, fatti tanto per mondare la coscienza dal senso di colpa perchè poco si è fatto per preparare e sviluppare i novelli cittadini.

In realtà non abbiamo visto l’impegno finalizzato alla creazione di una struttura multidisciplinare che studi i problemi giovanili e che tenti di trovare soluzioni fattive. Lavoro, case, assistenza ai giovani, strutture, decadenza dell’istruzione e promozione della cultura sono i motivi base che muovono il disagio.

Comprendo che una nazione di ignoranti si guidi meglio di una mediamente colta qui corriamo verso il declino e la povertà mentale con tutto quel che ne consegue e che stiamo vedendo.

Vi aspettate, ora, una filippica sull’immigrazione indiscriminata? Me ne guardo bene! Una domanda la voglio, però, porre: come sarebbero gli immigrati di seconda e terza generazione in una nazione attenta ai giovani e alla loro preparazione? Diciamocelo, stiamo tirando avanti alla meno peggio. Istituzioni e associazioni sine cura dai nomi altosonanti, alla fine, non operano agendo alla base dei problemi.

Tentativi di realizzare qualcosa in Abruzzo ci sono e vedono Avezzano in prima linea. Qui sono presenti, ad esempio, strutture dedicate all’ascolto, all’accoglienza e alla protezione delle donne e dei minori vittime di violenza. Il punto di riferimento principale è, come dicevo, Avezzano, con sportelli decentrati che coprono l’intero territorio marsicano. Vi offro alcuni esempi:

Il servizio più strutturato nella Marsica è gestito dalla cooperativa BeFree in collaborazione con gli enti locali e dalla CAV “La Casa delle Donne nella Marsica” (Avezzano), Via Orazio Mattei 10, Telefono: 3938856389 linea telefonica sempre attiva H24, che offre accoglienza, supporto psicologico e consulenza legale a donne italiane e straniere. Il Centro Antiviolenza della Croce Rossa Italiana di Avezzano invece gestisce una struttura che lavora in rete con le Forze dell’Ordine e i servizi sociali.

Sempre qui il Pronto Soccorso per l’ assistenza medica immediata e attivazione dei protocolli di protezione del Codice Rosa. Vi fornisco anche un riferimento utile: quello dell’ascolto gratuito, orientamento e supporto alle vittime di ogni forma di violenza. Indirizzo: Via Camillo Corradini, 248, Telefono: +39 0863 413915. Per ultimo ma non ultimo il recapito telefonico dell’ 1522, numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e attivo 24 ore su 24.

Pur plaudendo alle ottime motivazioni di queste strutture e al diuturno, pesante, lavoro colà svolto, rimane un fatto: costoro raccolgono i “cocci” di una nazione mai seriamente impegnata a risolvere i problemi. I “cocci” a cui faccio riferimento non dovrebbero proprio esistere se non in modica quantità e invece eccoci qua. Per coloro che chiedessero: “Leo ma le soluzioni?” ebbene potrei scrivere un trattato su questo e se volete posso pur farlo, pena l’annoiarvi a morte. Ho indicato alcuni problemi il cui rimedio ritengo di primaria importanza, la risposta è nel buon senso comune, però bisogna volerlo veramente, ma lo si vuole? Bisognerebbe prendere i giovani per mano e dir loro: “vieni, ti faccio vedere, facciamo cose insieme, ti aiuto, anzi aiutiamoci”.

Oè che il Leo ha dato di testa?”. Sebbene per dirla con Baudelaire spesso “ho sentito passare su di me il vento dell’ala della follia” non sono ancora impazzito del tutto. Perchè nomino i piani quinquennali che ci riportano a tempi andati? Vediamo di che si tratta.
Sono strumenti di politica economica tipici dei sistemi collettivisti, dove lo Stato stabilisce in anticipo gli obiettivi di produzione e sviluppo da raggiungere.

Invece di lasciare al mercato la decisione su prezzi e quantità, il governo determina quali beni produrre, in che misura e come distribuire le risorse nazionali. C’è puzza di Stalin e di Mao, è vero, ma seguitemi nel ragionamento. Non ritenete che la soluzione alla violenza giovanile vada pianificata ponendosi un serio obiettivo da raggiungere entro un dato termine?

Attualmente stiamo assistendo all’adozione delle famose “pezze a colore”. Cosa sono? nella sartoria povera, quando su un capo d’abbigliamento c’era uno strappo o una macchia indelebile (una bruciatura fatta col ferro da stiro ad esempio), si applicava sopra una “pezza” (un pezzo di stoffa) dello stesso colore del vestito. Sebbene il rammendo era quasi invisibile per via del colore omologo era pur sempre, un rammendo, una ricucitura.

In termini moderni la “pezza a colore” consiste nel “problem solving” creativo: il modo improvvisato e astuto per camuffare inefficienza o errori. Ci son casi di violenza? Facciamo una legge ad hoc (mi viene in mente la legge sulla lunghezza dei coltelli che risolverà certo tutto), non ci sono case? (qui nessuno mette pezze a colore, pare un argomento tabù che è affrontato a chiacchiere); Manca il lavoro? Abbassiamo le tasse agli imprenditori… . Se la gente non possiede valsente per acquistare beni e servizi, hai voglia ad abbassar tasse alle imprese, non si risolve nulla: le aziende non vendono, non guadagnano e non assumono, in compenso pagano di meno: altra pezza!

Precedentemente ho fatto cenno all’Educazione Civica. Chi la insegna? Nella Scuola secondaria la priorità viene data ai docenti di discipline giuridiche ed economiche, se presenti nell’organico della scuola. Qualora non fossero disponibili, l’insegnamento è affidato in contitolarità agli altri insegnanti del Consiglio di classe, non ad appositi deducatori. Questa, altro non è che una bella pezza a colore che evidenzia, purtoppo, un vero disinteresse nel preparare i futuri cittadini. Badate bene che molti giovani non sanno nemmeno chi è l’attuale Presidente della Repubblica.

Nel lungo periodo saremo tutti morti“. Frase celebre di Keynes, un economista che ci vedeva lungo. Sottolinea la necessità di intervenire immediatamente nelle crisi, piuttosto che attendere l’aggiustamento automatico del mercato. Se la crisi (tempesta) è adesso, non serve sapere che il mare sarà calmo in futuro: la politica economica deve agire subito. la frase è un monito a gestire la realtà economica attuale per evitare disastri sociali nel presente. Le sue idee rimangono fondamentali onde comprendere le dinamiche di crisi e per l’occupazione. Allo scopo di contrastare la Grande Recessione del 2008, Barack Obama applicò i principi della teoria di Keynes. Nel New Deal Americano le sue idee risollevarono la nazione. In Europa, però, furbi, seguiamo l'”Economia sociale di mercato”.

L’attuale sistema economico UE è sancito dallArticolo 3 del Trattato sull’Unione Europea. L’obiettivo è un mercato competitivo capace di coniugare crescita economica, piena occupazione e progresso sociale e magari la pace nel mondo. La concezione origina dal pensiero dell’ordoliberalista Walter Eucken (volete sapere cosa era l’ordoliberalismo? Cercatevelo su internet) formulato durante la crisi della Repubblica di Weimar e ripreso poi da Wilhelm Röpke. Siamo sempre all’ “Ordnung und Disziplin” (ordine e disciplina) tanto amato dai germanici. Sono teorie alemanne e i tedeschi, spompata locomotiva d’Europa, è meglio che fabbrichino orologi a cucù nella foresta nera piuttosto che pensare (quando pensano provocano una Guerra Mondiale, sterminano ebrei, creano enormi problemi nell’Unione Europea); d’altro canto i risultati, purtroppo, al momento, sono sotto gli occhi di tutti.

Semplificazione di Diagramma di Gantt

Torniamo ai piani quinquennali (ma vanno bene pure quadriennali, triennali, biennali, basta che si facciano). Sarebbe bello vedere un gruppo di economisti, industriali, manager e sociologi, seduti attorno a un tavolo, seguiti attentamente dalla politica, i quali, senza tanti grilli per la testa, stiano lì a spremersi le meningi per risolvere i problemi giovanili (e non solo quelli) con il compito di scovare soluzioni entro un certo periodo. Porre un limite temporale a un progetto monitorandolo con un diagramma di Gantt è lo strumento universalmente usato dalle imprese. Guai se così non fosse (nella mia azienda eravamo ossessionati dai “quarter“, cioè i progetti che trimestralmente dovevano essere portati a termine)! Nel frattempo aspettiamo che qualcuno si decida a mettere in cantiere un “Progetto Giovani” dandosi un tempo (breve) per iniziare, seriamente, a risolvere la cosa. Allo stato attuale solo “pezze a colore“!

Un saluto