“ETIAM IN NOCTURNA QUIETE”. I Marsi, i serpenti e gli incantesimi

AVEZZANO – L’affascinante titolo della conferenza è ripreso dal Naturalis Historia di Caio Plinio Secondo dove vengono citati i Marsi come coloro i quali possedevano l’arte magica di incantare i serpenti e indurli al sonno..

Il simposio, organizzato dall’Archeoclub Marsica e dalla Proloco Avezzano, si è tenuto sabato 15 febbraio presso la Sala riunioni di Palazzo Torlonia ed ha avuto come esimio relatore il prof. Eros Grossi, docente di Materie Letterarie presso un liceo romano, che appassionato di storia locale e di ricerca, ha dedicato all’argomento la sua tesi di laurea.

La dott.ssa Laura Saladino, presidentessa dell’Archeoclub Marsica, nel presentare il relatore, ha posto l’accento sull’importanza delle fonti e sulla necessità di servirsi di esse per avere il più  alto livello di attendibilità di conoscenza dell’argomento, diffuso oggi solo in modo generale.

Il prof. Grossi, che sul suo blog Fuoriaula riporta una frase di Sam Wineburg “la vera indagine storica deve concludersi da dove ha preso le mosse: cioè, da una domanda”,  ha dato inizio alla relazione precisando che  protagonisti sarebbero stati i Marsi e ponendo l’interrogativo: quale legame –  ammesso ci sia – tra i Marsi, popolo abitatore delle rive del lago Fucino, riconosciuti da autori dell’antichità come incantatori di serpenti e guaritori dei loro morsi – e il rito dei serpari a Cocullo?

La relazione, sebbene articolata in tre parti ha avuto un suo intimo continuum:dai Marsi e dalla loro arte di quietare i serpenti; dalla dea Angizia, di cui si conosce poco o nulla se non l’immagine di un bronzetto, facente parte della collezione Torlonia, ma andato perso, alla comparazione di tale divina figura e di culti con altri similari e infine, dalla fine del mondo antico al destino successivo del rituale dell’incantamento dei serpenti.

In Marsica come in Libia, in Egitto e in Cipro era presente, secondo fonti storiche, il culto dei serpenti; la fonte principale a cui attingere per le notizie è Plinio il Vecchio, autore dell’opera Naturalis Historia, che arriva in Marsica per assistere alla inaugurazione dell’acquedotto dell’imperatore Claudio e in questa occasione si dedica alla raccolta di erbe e vegetazione del territorio ma anche alla conoscenza della fauna. Plinio era anche un medico – come del resto lo era anche Celso – e questa circostanza fa sì che egli mostri un particolare interesse verso il sapere che “i rustici”(cioè coloro che vivevano i luoghi) avevano del mondo naturale, nel convincimento che chi ha un quotidiano contatto con erbe e rimedi officinali offre un primo, basilare livello di conoscenza della natura; in più, nell’età antica, in Plinio come nell’uomo antico, non esisteva la distinzione  tra medicina e magìa  che attua invece il mondo medievale e cristiano che, come è noto, si impegna a stigmatizzare tutto ciò che non può essere rimandato a Dio e alla sua potenza e, di contro, lo assegna al maligno e al diavolo. Ancora Plinio riconosce ai “rustici” conoscenze sulle erbe e i loro poteri curativi che sono invece estranei ad altri;in quanto sono loro a vivere in mezzo alle piante e sono loro ad averle raccolte e provate. Di certo, il mondo antico aveva conoscenza dell’effetto dei morsi dei serpenti e anche delle “tecniche” da porre in essere per contenere le conseguenze del diffondersi del veleno nel corpo; è Celso che ce ne parla descrivendo una procedura medica: immobilizzare l’arto, incidere in prossimità del morso, estrarre il sangue infetto con una ventosa o succhiandolo. Quest’ultima azione veniva, di regola, pratica dai Marsi, quando intervenivano per guarire il morso della vipera così che “loro stessi saranno salvi e salveranno la vita del paziente” (Plinio) e conferma la validità delle tecniche poste in atto. Sulle tecniche esposte si esprime anche Aristotele che afferma che la saliva umana ha proprietà di antidoto, potere riconosciuto anche in epoca medievale ad alcuni santi che vengono associati ai serpenti. Ancora Plinio dà una serie di informazioni sui Marsi incantatori di serpenti: “sono immuni ai morsi dei serpenti, hanno una natura “mostruosa” (la connotazione non è negativa: essere meraviglioso, esser fuori della natura), hanno un odore particolare, hanno uno sguardo ammaliatore e curano le persone con il tocco della mano e succhiando la parte morsa”.

Il titolo della conferenza vuole rimandare a qualcosa che molto probabilmente Plinio deve aver saputo mentre era in Marsica e di cui si vantavano gli incantatori di serpenti…. la traduzione della frase ‘etiam in nocturna quiete’ può esser resa in diversi modi: incantano i serpenti durante il loro (dei serpenti) sonno; oppure, incantano i serpenti anche durante le ore notturne; oppure, incantano i serpenti anche quando in cielo non c’è una particolare congiuntura astrale. Quest’ultima interpretazione è assai intrigante: lega l’azione degli incantatori ai movimenti degli astri e non è poi così infondata se si pensa ai tanti riti arcaici – appartenenti anche ad altre culture – che devono essere praticati in presenza di un ben definito quadro astrale (solstizi, plenilunii, eclissi etc). Non era però l’intero popolo marso a possedere tale dote; è quasi certo che fosse appannaggio di  una famiglia o di una casta sacerdotale come è confermato da Aulo Gellio che rimanda a Circe la discendenza della famiglia che – mantenutasi pura – ha congenitamente acquisito il potere di incantatore di serpenti e di portare salute con filtri e pozioni derivati dalle erbe. Virgilio nell’Eneide – sulla presenza di una casta sacerdotale – cita il sacerdote della gente marruvia – Umbrone – che Archippo, mitico re della Marsica, aveva mandato a combattere e gli riconosce il potere di infondere il sonno, con la mano e con il canto, a idre e serpenti di cui era anche in grado di curare il morso.

Galeno, medico greco, racconta che quando ha avuto bisogno di avere notizie certe su una specie particolare di vipere, le ha assunte dai Marsi sebbene, al tempo di Galeno, sembra che il termine ‘marso’ indicasse genericamente coloro che trattavano i morsi dei serpenti superando, l’aggettivo, l’ambito geografico.

E la dea Angizia? Che rapporti intrattiene con tale tradizione e rituale? Non è noto perché non ci sono fonti che stabiliscano un legame esclusivo con il serpente ma l’assenza di fonti non significa l’assenza del rapporto, solo che non se ne ha notizia e quindi non può essere escluso. L’unica immagine  della dea Angizia era un bronzetto – peraltro andato perduto – che la raffigura con un abito talare, con una pàtera (vaso per le offerte), con un braccio alzato e con due serpenti in mano, gesto tipico della dominazione sui rettili e con un diadema sul capo che la identificherebbe proprio come divinità (descrizione dall’antropologo Emmanuel Fernique). La mancanza di testimonianze o documenti storici propri dei Marsi (che è un popolo che non ha lasciato nulla di scritto) priva lo storico di un importante riferimento: il loro pensiero, il loro punto di vista, il racconto dei loro miti. Ciò che è noto viene da altri popoli, altre aree che accennano di loro e da miti, di origine greca, che parlano di Angizia: figlia di Eeta, ha due sorelle – famose ‘maghe’, Circe e Medea; si stabilisce nel Fucino dove, con la sua arte ‘magica’ tien testa alle malattie, guarisce e ridona la vita e per tale potere è considerata al pari di una divinità. E’ probabile che il contatto con il mondo greco si sia verificato in area campana o per ragioni legate allo spostamento delle greggi o per motivi bellici, essendo la Campania dominata dagli Etruschi. Ora quando due popoli entrano in contatto si verifica il cosidetto processo di acculturazione: vengono registrate delle somiglianze e  la cultura ‘superiore’ ingloba quella ‘inferiore’. Però, associare  Angizia solo ed esclusivamente al serpente, è riduttivo: l’epigrafia ci racconta di una ‘divia Angizia’; l’aggettivo rimanda sì alla divinità ma anche al sole, ecco allora che Angizia potrebbe essere una divinità legata ad un culto che ha al centro il sole con propri riti; prova di ciò potrebbe essere la divinità, ai piedi del Palatino, chiamata Angerona (la cui radice del nome ‘Ang’ è la stessa di Angizia), associata al sole; o anche alcune immagini egizie che si legano ancora al sole e che fanno supporre che Angizia potesse essere moglie o figlia del sole che lo aiuta a risalire nel momento in cui si trova nel punto più basso della sua orbita (solstizio d’inverno), dato che la data di festività era il 21dicembre. Di certo il sole è un elemento astrale importantissimo: alcuni studiosi associano a questo astro e al suo muoversi la scoperta, ad opera dell’uomo, della ruota e del carro per via del suo muoversi nel cielo e  del resto, è con questo mezzo che viene rappresentato: su di un carro tirato da cavalli che, quando ‘sparisce’ dal cielo, scende nella terra e diventa Ade, anche lui rappresentato, curiosa coincidenza,  su di un carro  tirato però da serpenti. Un dualismo divino dunque: Elios/Ade – Vita/Morte; in cui il sole è l’elemento aereo e luminoso, e il serpente è l’elemento ctonio, sotterraneo, oscuro.

Cosa resta di questi incantatori? Nell’alto Medioevo, dell’area sacra dedicata ad Angizia pur importantissima, nell’antichità, non si hanno più notizie. Possibile l’ipotesi che il cristianesimo lo abbia ‘rimosso’ e abbia favorito la sparizione del culto della divinità sia per il giudizio di S. Agostino che associa la vis diabolica di Eva all’incantamento praticato dai Marsi sia per la rivalità degli Ebrei verso un popolo loro confinante che, come testimonia la Bibbia, venerava una divinità, Baal, con sembianze di serpente. Di contro però, in epoca alto medievale ci sono anche alcuni santi che hanno virtù – a dire il vero un po’ pagane – che riescono con quelle,  ad allontanare i serpenti… essi stanno a rappresentare l’affermazione e il dominio di una nuova religione che soggioga la vecchia. Interessantissima la storia del martirio di S. Anatolia che, avrebbe dovuto essere martirizzata dal un marso munito di serpente, il quale invece si pente e si converte; o quella di S. Audace che è un santo marso incantatore con un serpente in mano (a Gerano nei pressi di Subiaco), venerato in epoca medievale… Nella Marsica, da un certo momento storico, non si ha più alcuna notizia degli incantatori di serpenti; occorrerà attendere Muzio Febonio che, nel XXVII secolo,  racconta di un prete a Bisegna che porta tatuato il segno del serpente, che ha potere su di loro e – come ha ben notato l’antropologo Alfonso Di Nola –  il cui cognome – Ciarallo – contiene nella radice ‘ceralli, ceraulos’ ovvero coloro che incantavano i serpenti. Ancora Muzio Febonio dà notizia di  pasticche denominate ‘terra sigillata’, prodotte con la terra circostante il santuario di Luco e vendute come contravveleno, cioè antidoto contro i morsi dei serpenti…

E il legame con S. Domenico e il rito dei serpari a Cocullo?Gli studi di Alfonso Di Nola non trovano riscontro: S. Domenico viene da Foligno e lì non ci sono serpenti, scende verso la Ciociaria e risale da Sora verso Villalago, Scanno, Cocullo… lì compare il serpente ma non trova elementi di contatto tra il novello e l’ancestrale rito. Successo di pubblico per la conferenza seguìta dai presenti con vivo interesse  che al termine della esposizione hanno rivolto domande e cercato soddisfazione alle curiosità intervenute nel corso della dotta relazione.

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