Ettore Petrolini “er core de Roma” che batte ancora

L’epitaffio che campeggia sulla tomba di Ettore Petrolini, sotto al busto in bronzo, recita: “Dalla bocca tua cantò l’anima di Roma”. Nell’epigrafe a lato: “Unico prosecutore nel nostro secolo della Commedia italiana dell’Arte e della satira latina portò sulla scena inimitabilmente le passioni umane”.

Mai ci fu un romano de Roma più romano di lui, oddio per essere sinceri era un “mezzo burino” perché sebbene nato a Roma era, figlio di un fabbro ferraio di Roncigione, però anche nipote di un falegname di via Giulia (una via che più romana non si può), quindi “popolano della più bell’acqua” e siccome l’arte scorreva forte nelle sue vene, Petrolini se ne andava fin da ragazzo per teatrini recitando all’occasione. Da bambino si infilava nei cortei funebri fingendosi addolorato, dietro al feretro sconosciuto, così, tanto per il gusto di recitare.

Quelli che parlano bene dicono che fu l’esponente più importante dell’arte minore (il varietà). A Roma era il principe dell’avanspettacolo. Qui giova spiegare cosa fosse questo tipo di rappresentazione teatrale. Il regime fascista aveva avviato delle iniziative per favorire il passaggio dal teatro al moderno (allora) cinematografo. La rivista entrò in crisi e fu sostituita, in parte, da piccole rappresentazioni di varietà che andavano in scena prima dello spettacolo cinematografico, da cui “avanspettacolo”.

Questo genere teatrale che imperversò dagli anni 30 fino agli anni 60, era una espressione tipicamente nostrana, non ce n’è in altre nazioni. L’Avanspettacolo trovava spazio nelle tante sale sparse in tutta la penisola dove si alternavano centinaia di piccole compagnie teatrali composte, classicamente, da un comico, una soubrette, due soubrettine, un attore di spalla, un boy, ma soprattutto da 12 gambe 12 ovvero 6 ballerine. Caratteristica principale della maggior parte delle compagnie era la fame nera, i pranzi erano sostituiti, per motivi economici, da un cappuccino e un cornetto e il grido del capocomico alla compagnia era: ”Nun c’è una lira!”.

Immancabile nell’avanspettacolo la “passerella”. Cos’era? All’epoca, davanti al palcoscenico veniva sistemata una pedana semiellittica che partiva da una estremità del palco per finire in quella opposta; nella buca tra palco e passerella, il golfo mistico con l’orchestra. Alla fine di ogni spettacolo, le ballerine la percorrevano salutando il pubblico e qualche volta dando, nascostamente a gesti (ma manco tanto), appuntamenti a qualche spettatore “con la grana” di solito seduto nei primi posti di platea. A Roma l’Ambra Jovinelli era il teatro dell’avanspettacolo per eccellenza. Sulle assi del suo palco hanno esordito, oltre a Petrolini, Raffaele Viviani, Renato Rascel, Claudio Villa, Nino Taranto, Lino Banfi e Alberto Sordi tanto per citarne alcuni.

Teatro Jovinelli

Una delle caratteristiche dell’avanspettacolo erano i battibecchi tra attori e pubblico. Un giorno, durante una piece teatrale, fischiato da uno spettatore nella balconata, si fermò e rivolto a lui disse: “Io nun ce l’ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto.” Diciamocelo: era il vero romano arrogante e a volte prepotente ma se lo poteva permettere. L’impresario Peppe Jovinelli che capì al volo il suo talento lo scritturò per tre anni nel suo celebre teatro di varietà. Questo porterà entrambi al successo e non solo economico. Quando Petrolini fu ingaggiato dalla Sala Umberto, il direttore dovette pagare a Jovinelli una penale di 8000 lire, cifra enorme per i tempi.

Morì il 29 giugno di ottantaquattro anni fa. Prese in giro e sferzò i potenti e il popolo che se ne rendeva schiavo

Le sue battute erano d’un cinismo feroce; parlando dei soldi diceva spesso: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti.“ Come artista era specializzato nel genere comico ma recitò spesso Moliere anche nel campo cinematografico dove prese parte a diversi lungometraggi. Nella breve vita creò personaggi spesso surreali e rimasti nell’immaginario collettivo: il divo cinematografico Gastone, Fortunello e quel Nerone che passò alla storia con la frase: “Il popolo quanno sente le parole difficili si affeziona”.

Proprio per questa vena surrealistica della sua arte, affascinò persino il movimento futurista, in particolare Marinetti, che gli riservava molta attenzione. D’altro canto Petrolini era talmente sopra le righe che a cercarle, se ne trovavano di convergenze col futurismo, basti vedere Fortunello o ascoltare le sue battute nonsense. In verità Petrolini se ne fregava di tutti ma tutti attingevano dalla sua arte. Sapeva a tal punto di essere un grande artista che un giorno disse: ”Io sono bravo pure quando dormo” e non scherzava.

Al culmine della sua carriera partì per una serie di tournée all’estero. A Parigi, ottenne quello che considerò il più alto riconoscimento: fu invitato a recitare il “Medico per forza” alla Comédie Française, il tempio di Molière. Poi via a Londra, a Berlino, a Vienna e in America Latina. Divenne talmente famoso che nessuno osava toccarlo. Perfino il Duce, spesso oggetto della sua ironia, lo dovette premiare e così, obtorto collo, lo insignì della medaglia per il valore nelle arti. Credete che Petrolini, in quella occasione, a Palazzo Venezia, davanti a Mussolini, evitasse di fare una delle sue feroci battute? Manco per niente, ritirando il premio esclamò:”E io me ne fregio!” parafrasando e un po’ deridendo il motto originariamente dannunziano e poi fascista “Me ne frego!

Una cosa è certa: era moderno, di una modernità che, forse, sarebbe eccessiva anche ai nostri tempi. Fustigava col sorriso i costumi dell’epoca attingendo dalla commedia romana. A lui si attagliava il detto “castigat ridendo mores”. Non scherzava mai, pur scherzando, tant’è che fu il primo nel mondo dello spettacolo a citare, in Gastone, la parola “cocaina”. Non gli bastava e sfacciatamente ebbe il coraggio di denunciare la magistratura e la polizia colluse con la dittatura nella vicenda del “pedofilo” Girolimoni. Da grande artista faceva ridere il pubblico delle sue stesse sciagure. Cercava sempre di ricordare alla gente che era proprio lui, il popolo stesso, succube e timoroso, a rendersi primo complice della “tirannia”. Immaginate in quel periodo quanto coraggio… . Per il teatro fu un caposcuola, ma di quale scuola? Reinventò il cabaret, portandolo ad essere quello che è oggi, ma per quanto si possa cercare e ricercare, di lui ce n’è stato, nella storia, uno solo perché solamente lui poteva essere Petrolini.

Diceva della sua arte: “Romano certo che sono, ma non ho mai pensato di fare del teatro romanesco. Se fossi nato a Londra, a Parigi o a Berlino, avrei fatto ugualmente il teatro di Petrolini. Per grazia di Dio sono nato a Roma e così faccio Petrolini romano”.  Insomma non rientrava in determinati canoni artistici, il suo canone artistico era lui stesso.

Si dedicò anche alla musica e compose diversi pezzi che ancora si cantano:  tra i più famosi “una gita a li castelli” e poi “Tanto pe’ cantà” grande successo di Nino Manfredi.

Se ne andò a cinquantadue anni per causa della “Sora Flebite” e della “Commare Angina”. Nemmeno in punto di morte perse l’occasione per una battuta; infatti, quando il medico tentò di sollevargli il morale dicendo di trovarlo ristabilito, Petrolini rispose: “Meno male così moro guarito”. Non perse lo spirito nemmeno quando gli si avvicinò il prete con l’estrema unzione: alla vista dell’olio santo, esclamò con un filo di voce: “E mo’ sì che so’ fritto!”. Morì il giorno di San Pietro e Paolo di ottantaquattro anni fa, festa patronale di Roma. Trilussa nell’occasione disse:. “Ha voluto esse de Roma puro all’urtimo de la vita.”. Tra gli aforismi, Petrolini, così definì la vita: “L’uomo e’ un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.”

La sua salma riposa a Roma nel cimitero monumentale del Verano. Quando morì fu vestito con il frac di Gastone. Nel corso del bombardamento dell’Urbe, purtroppo, un ordigno colpì la sua tomba, distruggendo il busto di marmo e danneggiando gravemente la bara e i resti mortali. Di lui si ritrovò poco eccetto il frac! La sepoltura fu ricomposta e ricostruita dal Comune di Roma ma con un diverso epitaffio. Al posto della frase voluta dal grande Trilussa in persona: “Creò osservando ed esternò ridendo” fu messa, chissà perché, l’attuale: “Dalla bocca sua cantò l’anima di Roma”.

Questa è una vaga idea di chi fosse Ettore Petrolini, “Er core de Roma”: ridanciano, borioso, spesso prepotente, ma geniale e al genio si perdona tutto! Un saluto roman… ops da un metro e mezzo!

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