Francesco Barone:” ‘The last 20’, opportunità concreta per gli ultimi della Terra”

Il professor Barone ci racconta la sua esperienza nel “contro-G20”, dove il focus sarà puntato su chi ha meno, nella speranza che questa sproporzione possa diminuire sempre più

Il comitato “The Last 20”, nato nel febbraio 2021, riunisce gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali.

“The Last 20” è diventato un evento, partito da Reggio Calabria il 22 luglio scorso.

La seconda tappa di “The Last 20” si è tenuta dal 10 al 12 settembre a Roma, presso la Macro Area di Lettere e Filosofia dell’Università Tor Vergata, dove le comunità dei Paesi L20 e gli esperti si sono confrontati sul tema dell’insicurezza alimentare, povertà, fame, condizione femminile, analizzando le cause dell’impoverimento nei Paesi Last 20 e i percorsi d’uscita, dal punto di vista degli “ultimi”.

“The Last 20” ha visto poi la terza tappa in Abruzzo e Molise, a L’Aquila, Sulmona, Agnone, Castel del Giudice, Colle d’Anchise e Castelpetroso.

In questi giorni, l’evento si è spostato a Milano e si concluderà nei giorni 24 e 25 ottobre a Santa Maria di Leuca, luogo in cui si dovrebbe giungere alla stesura di un documento da presentare alle sedi internazionali.

Francesco Barone è autore di oltre 50 missioni umanitarie in Ruanda, Burundi, Senegal e Repubblica Democratica del Congo.

Docente di Pedagogia sociale e della cooperazione internazionale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila.

Inoltre, il professor Barone portavoce di Denis Mukwege, Nobel per la pace 2018. Queste le parole rilasciate dal prof. Barone, riguardo questo progetto:

D: Prof. Barone, lei ha preso parte ai lavori di “The last 20” nelle tappe di Abruzzo e Molise. Qual è il suo punto di vista rispetto a questi eventi?

B: Ho partecipato con enorme piacere agli appuntamenti di L’Aquila, Sulmona, Castel del Giudice ed Agnone. Si è trattato di incontri certamente significativi, ricchi dal punto di vista delle singole testimonianze e relativamente alle proposte finalizzate a dare voce ai Paesi maggiormente vulnerabili del pianeta: Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau, Haiti, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen. Rappresentanti politici, autorità religiose, studiosi, volontari, rappresentanti delle diplomazie internazionali, rappresentanti delle diaspore africane e di associazioni nazionali e internazionali, giovani e studenti, hanno preso parte a tavole rotonde per trattare temi di rilevanza mondiale, quali: la pace, i diritti umani, la povertà, l’ambiente, il diritto all’istruzione e alla salute. Sono rimasto colpito positivamente dall’organizzazione e dall’impegno profuso dal comitato organizzatore e dalle attività di coordinamento di Dino Angelaccio. Non posso esimermi dal considerare questa esperienza davvero importante e formativa.

D: Si è parlato molto dei Paesi “impoveriti”: secondo lei qual è il loro “stato di salute”?

B: Ogni giorno, le persone dei cosiddetti “Stati impoveriti” si trovano a fare i conti con l’abisso della carenza e della precarietà. In questo mondo globalizzato, i termini povertà e impoverimento rischiano di essere associati in un’unica interpretazione, ma la povertà è concetto ben diverso dal concetto di impoverimento. La povertà non è una calamità, è il risultato dell’ingiustizia dell’avere e dell’alterazione dell’essere umano. L’impoverimento, invece, è il risultato di azioni legali o illegali da parte di coloro che sfruttano i Paesi che non sono affatto poveri. Trattasi di una sorta di furti e rapine quotidiane di multinazionali, signori della guerra, élite spesso corrotte e sempre più convinte che lo Stato sia un’opportunità per arricchire se stessi. E quindi, la storia si ripete: i poveri finanziano i ricchi.

D: Tali condizioni sono le principali cause del fenomeno dell’immigrazione?

B: Il tema dell’immigrazione è di grande attualità e bisogna ammettere che, in molti casi, i giudizi in merito sono superficiali e privi di fondamento. Se la vita è degradata per fame e miseria, non c’è da stupirsi che un essere umano provi a sfidare la sorte per andare a vivere da ex colonizzato in un paese di ex colonizzatori. Questa nostra società è caratterizzata da profonde ingiustizie e disuguaglianze che influenzano le opportunità iniziali della vita, perciò quando si fa riferimento alle nozioni di valore e di merito, le ingiustizie e le disuguaglianze non possono meritare alcuna giustificazione.

D: “The last 20” anche come promotore di reti di solidarietà e di pace?

B: A mio avviso “The last 20” è anche questo. Sono convinto che la solidarietà non può attuarsi al di la dei limiti e delle differenze ideologiche, politiche, fideistiche. La costruzione di una nuova umanità, la definizione dell’essere donna e uomo del XXI secolo, non può non passare attraverso la costruzione di una società democratica che sia realmente solidale. E’ innegabile che il concetto di solidarietà è abusato, in un dilagante egoismo, parlare di solidarietà è diventato difficile, il clima è pesante, avvelenato, le mistificazioni di ogni genere stanno mettendo a dura prova e a rischio d’estinzione valori universali quali, l’accoglienza e il riconoscimento dell’altro. La sfida è anche questa. Non si può restare indifferenti, ma fare il possibile affinché si realizzi un umanesimo globale che metta al centro ogni persona. Senza esclusioni e/o distinzioni. La pace, invece, è un addestramento per il ragionamento. In questa sorta di palestra ci si esercita seguendo due stili: predicandola ma soprattutto praticandola. La pace rappresenta il punto di incontro più nobile tra morale, libertà e democrazia. Consiste nel riconoscere l’accettazione dell’alterità nel pieno convincimento che nessuna forma di violenza e di distruzione potrà avere senso e giustificazione. La pace non è soltanto l’opposto della guerra, è la lotta contro la disumanizzazione, è l’idea secondo la quale non debba mai prevalere il lato oscuro della ragione. Questo mondo che sta diventando sempre più fragile e provvisorio, ci pone di fronte a una scelta: decidere se restare muti, oppure dire e fare a difesa della pace. “The last 20” ha deciso di non restare muto dando voce a chi voce non ha, sta guardando al futuro con la consapevolezza del presente, credendo davvero al cambiamento per “recuperare il nostro avvenire” e quello delle nuove generazioni.

D: A suo avviso quale sarà il destino del “The last 20”?

B: Non ho il dono della profezia. Spero che tali iniziative rappresentino il primo passo verso un vero e concreto cambiamento. Aver posto l’accento su questioni delicate e complesse come quelle relative alla pace, ai diritti umani, alle povertà, significa richiamare l’attenzione su una nuova e possibile concretizzazione del discorso sui diritti. Significa prendere in esame non solo la logica funzionale dei diritti, ma assumere responsabilità di fronte alle numerose forme di ingiustizie e disuguaglianze. Soverchiata da un progresso scientifico/economico inarrestabile, l’umanità appare imbrigliata in una rete di eterno presente senza futuro. Risulta quindi essenziale la trasmissione della “chiarezza umana”, il senso di responsabilità verso gli altri, in termini di verità e autenticità, al fine di porre le basi per un progetto di armonizzazione del senso comune. E’ attraverso la cultura della solidarietà che si costituisce un’umanità sempre più in grado di accogliere e integrare, contribuendo così alla soluzione dei problemi legati al disagio e alle nuove povertà. E’ del tutto evidente che non è più sufficiente proclamare la dignità umana come spesso accade nei documenti ufficiali e nelle dichiarazioni internazionali. Il rischio è quello di limitarsi ad esaltare in via normativa il valore delle persone a livello universale. La brutalizzazione delle condizioni dell’uomo e l’affermazione sempre maggiore dei nuovi modelli socio-economici che considerano  le persone come merce di scambio sono sotto gli occhi di tutti. Bisogna quindi partire dalla constatazione realistica per cui, in gran parte del pianeta, gli esseri umani non sono ancora persone e viceversa. Resto comunque ottimista, in quanto, durante le diverse tappe del The last twenty, ho assistito all’impegno e alla partecipazione di persone amiche straordinariamente determinate e unite da un profondo legame di amicizia. Ho ammirato il coinvolgimento dei giovani, autentici protagonisti di questa straordinaria esperienza umanitaria. La direzione da intraprendere per restituire speranza a chi vive in condizioni di sofferenza e vulnerabilità resta quella della concretezza. Le parole sono importanti, ma se alle parole non seguono fatti concreti non vi sarà nessun cambiamento. Sono convinto che “The last 20” riuscirà a vincere questa sfida.

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