«Ho partorito mio figlio con la paura. Il più bello dei giorni si è rivelato angosciante»

Foto ANSA

Il racconto di Anita, neomamma teramana che ha partorito suo figlio in pieno lockdown

L’Aquila, marzo 2020, quella che vi raccontiamo oggi è la storia di Anita, neomamma teramana che ha partorito a L’Aquila durante i mesi terribili della pandemia e del lockdown.

L’Ospedale San Salvatore dell’Aquila

«Ho vissuto la mia gravidanza nell’attesa del magnifico giorno in cui avrei guardato mio figlio per la prima volta, nella mia testa mi ero fatta un film, meraviglioso, sul momento in cui lo avrei accolto tra le mie braccia, nella mia vita, gli avrei “scrocchiato” un bacio e promesso amore eterno». Parla così, la mamma di Edoardo, oggi un bellissimo bambino di otto mesi che però all’epoca, quando venne alla luce, dovette fare i conti con una brutta realtà. Già, perché quando tutto procedeva nella normalità, si lavorava, si usciva per fare una passeggiata, si poteva fare compere, e gite, quando l’Italia e il resto dell’Europa aveva riacquistato una tranquillità dopo anni di crisi economica e sociale, il virus definito Covid-19), una sindrome respiratoria acuta, ha causato la morte di numerose persone portando a una quotidianità grigia e pericolosa. Divieto di uscita, contatto con il pubblico, e persino con un congiunto, erano queste le regole imposte.

Edoardo è nato la notte del 24 Marzo, quando alla neomamma Anita, trentadue anni di Teramo, si ruppero le acque. È stato un parto angosciante, nelle ore che precedevano la nascita, in sala travaglio ero sola, mio marito non poteva entrare, mia madre neanche, pativo i dolori dell’inferno senza nessuno accanto».

«Quanto è durato il travaglio?» chiediamo ad Anita.

«È durato ventidue ore, sono entrata in ospedale la notte del 23 Marzo, le contrazioni erano fortissime eppure non mi dilatavo; Edo è venuto alla luce solo alle 2 della notte successiva, tutte quelle ore senza nessuno, con medici e ostetriche che entravano e uscivano dalla stanza per monitorare la situazione, senza poter avere il supporto di cui avevo bisogno, né una stretta di mano o un abbraccio perché era pericoloso». Il personale sanitario infatti, come previsto dal regolamento, era completo di vestizione: mascherina, cuffietta, guanti camice monouso, copriscarpe, e visiera protettiva.

«Quando è nato, io ero stremata, probabilmente l’ostetrica mi ha sorriso, ma ho vissuto con dolore ogni momento. E come se non bastasse Edo, con i suoi 3,500 kg per 50 cm, apparentemente sano, in realtà aveva una patologia al cuore e fu subito ricoverato in terapia intensiva neonatale». La neomamma, si è ritrovata così a combattere con suo figlio, per la vita, in un clima dove la speranza svaniva all’aumentare dei contagi e a ogni notizia del telegiornale. È stato durissimo. Quello che poteva essere ricordato come il giorno più bello della mia vita, si è rivelato angosciante, e le due settimane che seguirono il ricovero in terapia furono le peggiori, non potevo accarezzarlo, non potevo dargli la mano, lo vedevo soffrire con i sondini e l’ago in vena, attraverso l’incubatrice di vetro e mi sentivo inerme».

Poi, però è arrivato finalmente il giorno in cui ha potuto portare la carrozzina e prendere in braccio suo figlio per la prima volta. È stata dura ma ce l’abbiamo fatta, Edoardo per me è nato il 7 Marzo, il giorno in cui io l’ho potuto riportare a casa». Oggi, Edoardo è ricordato da tutto il reparto come un piccolo grande guerriero che ha vinto la battaglia nel periodo più oscuro della storia. È un bambino sano e vispo, che guarda tutti seduto al divano tra la mamma e il papà e sorride.

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