Ignazio Silone: lo spirito critico davanti al dogmatismo comunista. Da Lenin, Stalin a Togliatti
di Sergio Venditti*
Oggi rileggere uno dei periodi più “rivoluzionari” della storia europea, accompagnati dal pensiero di un giovanissimo Ignazio Silone, ci porta dopo la fondazione del Partito Comunista d’Italia, direttamente a Mosca: la capitale della nascente Internazionale comunista, con l’adesione al Congresso di Livorno delll’agguerrita nuova formazione politica.
Lì, il ventunenne Secondino Tranquilli, iniziò un’irresistibile ascesa nei suoi organismi giovanili, che lo porteranno in pochi anni ai suoi vertici, arrivando direttamente al cuore moscovita, dopo una vita da militante, clandestino tra l’Italia e l’Europa, specie dopo l’avvento del fascismo, in seguito alla “Marcia su Roma” del 1922. Quelli furono anni intensi della formazione culturale e politica del giovane pescinese, che all’inizio sposò in pieno la “rivoluzione d’ottobre” sovietica e con essa il primo “vangelo secondo Lenin”, ripredendo un bel articolo dell’ambasciatore Sergio Romano del 2017, ad un secolo da quello evento.
Nel testo, si richiamavano anche le riflessioni di uno stimolante libro di Marcello Flores: “La forza del mito” (Ed. Feltrinelli), con un assunto di base: “Tutta la politica di Lenin, dall’agosto del 1914, fu ispirata da un obiettivo: eliminare la concorrenza socialista, impedire che la causa rivoluzionaria finisse nelle mani dei socialdemocratici o, peggio, di altre forze politiche che come gli anarchici, avevano creato attese e acceso l’immaginazione popolare”.
Ed ancora “sciolse l’Assemblea costituente, eletta dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1917, per sbarazzarsi di una istituzione in cui gli “esery” (i socialisti rivoluzionari) e i menscevichi avrebbero avuto un peso determinante”. Ed ancor di più: creò una sorte di Inquisizione (la Ceka, per metà polizia, per metà tribunale rivoluzionario), a cui affidare il compito di eliminare fisicamente tutti coloro, anche a sinistra, che avrebbero cercato di ostacolare il suo disegno, e, “dulcis in fundo”: “fondò la Terza Internazionale per imporre regole che avrebbero prescritto ai nuovi partiti comunisti di rompere i loro legami con i socialisti e di obbedire alle direttive di Mosca”.
Questo il quadro generale: nudo e crudo”, in cui il giovane rivoluzionario Secondo Tranquilli si inserì, prima con l’ardore giovanile e poi con il crescente dubbio, che lo porterà all’ allontanamento dal credo comunista, fino alla sua espulsione dal “partito- chiesa”, già nell’esilio svizzero, nei primi anni ’30.

Una lenta, ma costante azione critica del giovane militante, che assimilava in tutta, Europa i fermenti rivoluzionari, leggendo di tutto e tessendo relazioni importanti con gli esponenti di rilievo di questo “arcipelago ideologico”. Sempre nel libro di M. Flores si cita anche il famoso filosofo inglese, Bertrand Russell, che gia’ nel 1920, tornato dall’Unione Sovietica, scrisse che, a suo avviso, dentro quella Rivoluzione Russa erano presenti i germi sia di quella francese del 1789 che della crescente ascesa dell’Islam dopo la profezia e l’insegnamento di Maometto”: come dire la violenza come mezzo per affermare un dogma, sempre e comunque.
Tutto questo bagaglio teorico, applicato alle dinamiche della conquista del “potere rivoluzionario”, senza più il vincolo democratico dato dal consenso acquisito con libere elezioni, portera’ alle aberrazioni ed alle degenerazioni delle stesse “purghe staliniane”, contro tutti i non “allineati”, comunisti compresi, dei Paesi fratelli. Il Presidente della Terza Internazionale, G. Zinoviev, definì la socialdemocrazia: “una variante di sinistra del fascismo”. In tal senso Lenin, come ha scritto lo storico inglese Robert Service, sul libro a lui dedicato, fu:” amato e odiato come pochi protagonisti della storia, Lenin ha dominato il Novecento.
Il suo volto ha campeggiato sui manifesti di tutto il mondo, il suo nome è stato scandito dalla voce di milioni di persone che forse non sapevano chi fosse veramente il loro mitico eroe”. In tal senso la maturazione critica del “Compagno Pasquini”, questo lo pseudonimo di S. Tranquilli, nel partito Comunista d’Italia maturò nella vita clandestina e nelle lotte interne per l’eterna “egemonia” di partito, che coinvolgeva anche il nostro militante pescinese, ma con un passaggio che, forse, ne fa trasparire la sua crescente disillusione politica e la sua, quasi, trasformazione in scrittore, che, come si è scritto, continuò la sua lotta, con altri mezzi.


Il saggista abruzzese, Giulio Napoleone, ipotizza questa suggestiva ipotesi, al vaglio degli studiosi, nel suo ” Il segreto di Fontamara” (Castelvecchi Ed.2018), in cui parla del ritrovamento nell’archivio del Komintern, nella capitale russa, di un dattiloscritto riferito al famoso romanzo “Fontamara”, che vedra’ la sua stampa solo nel 1933, dall’esilio svizzero.
Quindi secondo questa lettura, “retrodatando” l’idea del suo più famoso romanzo, Ignazio Silone, in terra russa, avrebbe sentito forte il richiamo universale del suo messaggio prima etico che politico, non solo come il dramma dei “cafoni” del Fucino, umiliati e repressi dal fascismo e dagli agrari, ma altresi’ come un grande appello a “prendere coscienza del proprio ruolo nella società per la lotta di classe”. In ogni caso questa maturazione nella coscienza umana e politica, Ignazio Silone la ricorderà anche nel suo “Il Dio che è fallito”, nel 1949.”
Ciò che mi colpì nei comunisti russi, anche in personalità veramente eccezionali come Lenin e Trotsky, era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie. Il dissenziente, per il semplice fatto che osava contraddire, era senz’altro un opportunista, se non addirittura un traditore e un venduto. Un avversario in buona fede sembrava per i comunisti russi inconcepibile”…e non solo per loro. Infatti, questo “culto della personalità”, unito al metodo ferreo del “centralismo democratico, sopravvisse in Italia fino alla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, con la “guida profetica” prima di Palmiro Togliatti e dopo dei suoi eredi.
“Una sera nelle vicinanze del monumento a Puskin, trovandomi insieme ad alcuni dirigenti della gioventù comunista sovietica, vidi due militi portare via, di peso, un vecchio contadino ubriaco. Subito lo riconobbi. Non potreste farlo rilasciare? proposi ai miei compagni. Perché’ mi rispose uno di essi. Non è che un insetto parassita” (Ignazio Silone, ” Policusc’ka”- “Uscita di Sicurezza”).
Il leader russo Trotzky, nemico di Stalin, poi fatto da lui assassinare in Messico, stimava molto il “Compagno Pasquini” e già in esilio fu profondamente colpito dalla lettura del capolavoro siloniano e così scrisse il 17 luglio 1933: “In Fontamara la passione si eleva a tale altezza da farne un’autentica opera d’arte. Il libro merita d’ essere diffuso in milioni d’esemplari”.
Giornalista – Rivista “Tempo Presente” – Abruzzo.
