Il “Video della Domenica” di Espressione24. La memoria sacra del Palazzo dell’Annunziata di Sulmona dove il silenzio curava
di Catia Puglielli
Video di Mauro Nardella
SULMONA – C’è un luogo, nel cuore antico di Sulmona, dove il tempo un tempo non scorreva — respirava.
Quel luogo oggi si chiama Palazzo dell’Annunziata, e lo attraversiamo frettolosamente, spesso ignari. Lo guardiamo con gli occhi della modernità: spazi espositivi, luci bianche, pannelli, eventi. Ma ascoltatelo, se potete. Fermatevi. Chiudete gli occhi. E forse, sentirete.
Perché in quelle stanze un tempo si curava il dolore. Si lavavano le ferite dei soldati, si rinfrescava la febbre dei poveri, si stringevano le mani ai moribondi. Non era un ospedale qualsiasi.
Era una Casa. La Casa Santa dell’Annunziata. Un luogo di misericordia, di servizio silenzioso e sacro.
E c’erano suore e infermiere, levatrici e medici, ma anche semplici donne e uomini del popolo, che con gesti umili facevano medicina dell’anima. Le stanze — ora vuote — un tempo vibravano di vita fragile, di passi cauti, di preghiere sussurrate.
Ma c’era anche chi non aveva voce: le bambine orfane del Conservatorio di San Cosimo.
Anime smarrite, affidate a quella casa come a una madre. Crescevano lì dentro, educate non solo al mestiere, ma al senso della vita, alla bellezza della cura.
Venivano preparate a scegliere, a esistere con dignità. Un gesto d’amore che oggi chiameremmo “progetto educativo”; allora era compassione operativa, era giustizia.
Tutto questo oggi non si vede più.
Non si respira più quell’odore di cera e di lino, di incenso e di legno vivo.
Le sale sono cambiate. La sacralità è stata messa da parte, quasi imbarazzasse.
È rimasto l’involucro, ma l’anima del Palazzo si è fatta eco.
Eppure, chi ha occhi per vedere, ancora può coglierla.
Io sono salita sul campanile della Chiesa dell’Annunziata, e da lassù ho guardato Sulmona come forse facevano quelle mani che battevano le campane nei secoli.
Ho letto le incisioni antiche sul bronzo, ho sentito il suono muto di un richiamo che non vuole essere dimenticato.
Palazzo Annunziata era un respiro collettivo, era il grembo di una città che sapeva prendersi cura di sé. Non era solo assistenza: era presenza, spirito, comunità.
E tutto questo veniva sostenuto da un sistema intelligente, fondato sull’autofinanziamento, sul lavoro condiviso, sull’educazione come risorsa.
Oggi ci resta il ricordo. Ma anche il dovere.
Il dovere di raccontare, di mostrare, di fare in modo che chi entra in quei corridoi possa ancora — anche solo per un istante — sentirsi parte di una storia più grande.
Una storia di umanità che merita di essere rievocata, celebrata, forse persino ritrovata.
Perché la memoria non è un archivio. È un atto sacro.
E Sulmona, la città delle voci che non muoiono, ha ancora il compito di ascoltarle.
