In 12 mila alla Festa dei Serpari di Cocullo nonostante il maltempo. Ecco la storia di San Domenico Abate e del suo legame con i serpenti

Foto di Daniele Bellucci Fotografo Viaggi e Festival nel Mondo

COCULLO – Nonostante la pioggia, in più di 12mila hanno partecipato al tradizionale rito dei serpari che si rinnova ogni anno, il primo maggio, con la stessa devozione.

Marco Ognibene Mascioli, consigliere comunale di Cocullo, uno dei serpari impegnato nelle scorse settimane nella raccolta dei serpenti ha spiegato che il clima, a differenza degli altri anni, non è stato ostile e questo sicuramente è un fattore positivo. Ciò ha permesso agli esemplari che erano in quota di uscire prima e di catturare più esemplari del previsto (che poi saranno rimessi in libertà). L’annata è quindi stata al di sopra delle aspettative.

A mezzogiorno, come da programma, la statua del santo patrono di Cocullo, Domenico Abate, è uscita dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie che si trova in piazza, agghindata di serpenti.

Video Piero del Signore

Ma qual è la storia di San Domenico e soprattutto perché è legata ai serpenti?

San Domenico, che ancora non sapeva di essere santo, iniziò la sua attività salvifica con un miracolo che avrebbe rappresentato la sua peculiarità: salvare il prossimo dai morsi dei serpenti.  Lascio raccontare l’episodio dal suo discepolo Giovanni narrato nella biografia da lui redatta: “Vita e morte del beato Domenico di Sora

Un giorno il priore di Montecassino gli mandò al suo monastero di San Bartolomeo parecchi pesci come dono. Poco prima di arrivare i frati decisero di nascondere quattro fra i più grandi in una cavità della roccia per poi riprenderseli al ritorno. Il Santo dopo averli baciati li invitò a pranzare insieme con lui e i confratelli.

Quando al terzo giorno espressero il desiderio di ritornare all’abbazia, Domenico scongiurò loro di non accostarsi ai pesci che avevano nascosto perché si erano trasformati in serpi. E poiché quelli erano perplessi, li fece accompagnare da due frati che portavano il suo bastone. Arrivati alla roccia, trovarono effettivamente delle serpi che, toccate dal magico bastone, tornarono pesci. I due frati, scossi dall’insolito episodio, corsero da Domenico chiedendogli fra le lacrime di intercedere in cielo per la loro salvezza. Il santo, commosso e impietosito, prescrisse loro un digiuno di tre giorni al termine del quale, raccoltosi in preghiera, ne ottenne il perdono”.

Foto Bar Cocullo

LA MIRACOLOSA PEREGRINAZIONE DEL SANTO

Perché San Domenico stava a Cocullo e perché lo si festeggia in una maniera così particolare?

LA FUGA DEL SANTO

San Domenico fuggiva da Villalago. Alcuni miscredenti lo inseguivano per ucciderlo a causa della fama dei numerosi miracoli che compiva. Purtroppo, per quanto bene si faccia al prossimo, si è talvolta ricambiati con l’odio e così era per il Santo.

Scappava in groppa ad una mula verso Cocullo ma, mentre attraversava un bosco di platani, la povera bestia incespicando faceva avvicinare gli inseguitori. Quando stava per essere raggiunto, un orso uscì dalla tana e attaccò gli uomini alle calcagna del Santo che furono costretti a fermarsi. Distanziati gli sgherri incontrò un contadino intento alla semina delle fave.

Chiese all’uomo di nasconderlo nella sua casa e di dire a coloro che di lì a poco sarebbero arrivati che, mentre seminava, aveva visto passare un frate di gran carriera. Gli sgherri, ascoltato il contadino, si accorsero che le fave in semina erano incredibilmente già cresciute e fiorite. Colpiti dal prodigio rinunciarono al loro proposito e tornarono indietro.

Lasciato il contadino e proseguendo per la sua strada, si imbatté tra Cocullo ed Anversa degli Abruzzi, una donna che stava andando al mulino per macinare un sacchetto di grano. Le chiese se poteva averne un po’ per la sua mula e la signora, molto gentilmente gliene offrì. Arrivata al mulino ecco il miracolo: da quel solo sacchetto scaturì tanto grano da riempire due grandi sacchi di farina!

L’ARRIVO A COCULLO

Dopo tutto ‘sto percorso miracoloso, giunto a Cocullo, fu bene accolto dalla popolazione per la sua fama di taumaturgo che lo aveva preceduto e qui si dedicò alla cura delle vittime dei morsi dei serpenti. Salvò non solo alcune donne alle quali, mentre dormivano in aperta campagna, gli ofidi avevano succhiato il latte materno ma anche altre che, assalite dai serpenti, avevano visto gli animali annidarsi fin dentro il loro stomaco. Domenico visse in una caverna come un eremita per ben sette anni!

I DENTI

Essendo un Santo taumaturgo e guaritore, usò le sue capacità per proteggere il popolo dal morso dei serpenti e da quello dei cani rabbiosi, ma anche per allontanare la malaria, a protezione dalle intemperie e per curare il mal di denti.

Quando partì dal paese, lasciò come reliquia agli abitanti di Cocullo un dente e il ferro della sua mula. Da allora è consuetudine baciare il dente del Santo o porlo su una parte malata del corpo. Il dente di San Domenico, oggi è posto in un urna, ma precedentemente era appeso ad un filo. Fu spostato e messo là dentro nel timore che qualche fedele, nell’atto di baciarlo, lo ingoiasse, per sbaglio o per volontà.

Altra usanza che riguarda l’apparato masticatorio è quella di azzannare con i denti una catena legata a una campanella situata all’interno della Chiesa di San Domenico: questo fornirà protezione dalle malattie della bocca.

Terminato il rito i fedeli raccolgono un po’ di terra dietro la nicchia del Santo. Questa, sciolta nell’acqua e bevuta, li proteggerà dalla febbre e se stesa sui campi li renderà fertili.

NON SOLO OFIDI MA PANE

Di fianco alla statua del santo, durante la processione, due ragazze vestite con i costumi tipici del luogo, portano sulla testa delle ceste con del pane. Sono i “ciambellati”, grosse ciambelle di pasta dolce decorate con confetti che saranno offerte sia al portatore dello stendardo che ai portatori del simulacro del santo a memoria del miracolo del sacchetto di farina e là veniamo alla festa.

Foto Maricarmen Bonaventura

Per chi non lo sapesse, Cocullo è un paesino posto tra la Valle Peligna e la Marsica, in provincia di L’Aquila (pare che tutto in Abruzzo sia in provincia di L’Aquila). Qui si celebra la festa patronale di San Domenico Abate. La cerimonia è piuttosto articolata. Dopo i riti della campanella, della terra e del bacio del dente precedentemente citati, a mezzogiorno ha luogo la parte più scenografica della solennità: la statua del santo, una volta ricoperta da serpenti, è portata a spalla tra le vie del Borgo.

Le serpi utilizzate per la processione non devono essere poste davanti al viso di San Domenico. Secondo una antica leggenda, se i serpenti lo coprissero sarebbe di cattivo auspicio. Così ha luogo la sfilata dei serpari (questo il nome dei procacciatori dell’ofide) che si snoda per le vie del paese accompagnata da canti popolari.

SERPI E SERPARI

I serpari sono già all’opera dalla fine di marzo, andando in giro per la campagna alla ricerca di animali non velenosi. Poche sono le specie catturate, in particolare il cervone, il saettone, la biscia dal collare e il biacco. In quel periodo ogni serpente catturato è posto in una apposita scatola di legno. È compito dei serpari fornirgli il cibo per la sopravvivenza fino al giorno della festa.  

Ogni ofide porta sul capo una indicazione per il suo riconoscimento: può essere un segno colorato sulla testa, un numero oppure un simbolo sul ventre dell’animale. Questa sorta di marcatura permetterà, poi, ai serpari, di individuare i propri animali che saranno, al termine della processione, rimessi  in libertà nei campi. Tanto per saperlo i fedeli possono toccare e baciare i sinuosi animaletti.

DOVE NASCE LA FIGURA DEL SERPARO?

La figura del serparo proviene dalla notte dei tempi. Nel medioevo esisteva la figura del Ciarallo che era una sorta di “curandero”, un mezzo sciamano che deteneva la conoscenza segreta per la cattura e immunizzazione dai serpenti.

Se vi trovate nelle bisogna di guarire da una azzannata di un qualche essere strisciante e non volete ricorrere ad un siero antiofidico potete rivolgervi a costoro sempreché facciate in tempo: Questi abili “medici”, pare, possono immunizzare le vittime del veleno “ciarmandole”.

Volete conoscere la formula magica? Eccola:

Io ti ciarmo e t’assicuro,
delle serpi morte non aje’ paure,
de quelle vive non le toccà,
che te puteno mozzicà.

Secondo alcuni pare fosse stata la dea Angizia ad insegnare l’arte di incantare gli ofidi e il potere di sanare le persone colpite da questi graziosi animaletti.

Secondo altri fu Marso, figlio di Circe, che istruì i marsicani sull’arte di ammaliare e uccidere le serpi. Donò loro anche la capacità di curarne i morsi con la saliva oltre ad estrarre il veleno dai denti dei rettili creando così degli antidoti.

SAN DOMENICO BIVALENTE

Insomma San Domenico arriverebbe per ultimo ma riprendendo elementi leggendari e sostituendo i culti pagani. Per chi lo volesse sapere, il Santo, a seconda della regione, assolve a compiti diversi.

Il suo intervento è ancora oggi invocato contro la febbre e la tempesta dagli abitanti del basso Lazio, mentre per quelli dell’Abruzzo centrale costituisce una garanzia contro il mal di denti, i morsi di serpenti, cani idrofobi e lupi.

SERPENTI RIVALUTATI

La “Festa dei Serpari” è candidata al riconoscimento UNESCO. Seppure demonizzata per secoli, l’immagine del serpente è stata rivalutata e associata a quella di un santo. I rettili che passano tra le mani delle persone durante la celebrazione perdono quell’alone di “malvagità” Ridiventano quello che sono: creature dei boschi tanto importanti per l’ambiente.

Personalmente ritengo che questa festa, dove accorrono migliaia di persone ogni anno, contribuisce alla causa animalista abbattendo quella muraglia di diffidenza che c’è tra esseri umani e serpenti aiutando a migliorare l’armonizzazione tra il mondo animale e quello umano. Sbaglio? Non lo so, valli a capire gli uomini… . Auguro, comunque, a tutti un buon Primo Maggio e una splendida festa di San Domenico.