La “santiaghite”, il mal di Cammino: Valentino Pisegna spiega la nostalgia che spinge i pellegrini a ripartire

C’è chi la definisce “santiaghite“, chi preferisce chiamarla semplicemente “mal di Cammino“. Non è una malattia, ma la profonda nostalgia che molti pellegrini del Cammino di Santiago provano dopo il rientro a casa: il desiderio di rimettersi in cammino e ritrovare il ritmo essenziale delle giornate scandite dai passi, dallo zaino e dalle frecce gialle.

A spiegare questo fenomeno è Valentino Pisegna, divulgatore del Cammino di Santiago e delegato per l’Abruzzo della Confraternita di San Jacopo di Compostella di Perugia, che invita però a distinguere la naturale nostalgia da una visione distorta del pellegrinaggio. «La santiaghite è il forte desiderio di tornare a camminare. È una sensazione autentica che spinge molti pellegrini a ripartire. Tuttavia, quando si trasforma in una rincorsa ai chilometri o nell’ossessione di collezionare credenziali e timbri, rischia di far perdere il significato più profondo del Cammino».

Secondo il cav. Pisegna, il pellegrinaggio non è una competizione: «Accumulare centinaia o migliaia di chilometri non rende un pellegrino migliore. Ciò che conta è il modo in cui si vive ogni passo. Il vero pellegrinaggio continua una volta tornati a casa, quando si riesce a trasformare l’esperienza vissuta in uno stile di vita».

Il divulgatore mette inoltre in guardia dal rischio di trasformare il Cammino in una fuga dalla realtà: «La dipendenza nasce quando il Cammino diventa un rifugio permanente dai problemi quotidiani invece che uno strumento per affrontarli con maggiore consapevolezza. Ogni pellegrino parte con motivazioni diverse e tutte meritano lo stesso rispetto».

Per Pisegna, «il valore del Cammino non si misura con il numero dei timbri sulla credenziale, ma con la capacità di lasciarsi cambiare dall’esperienza. La bellezza del Cammino sta nel vivere il presente. L’esperienza acquista valore quando insegna a essere persone migliori nella quotidianità». La “santiaghite”nasce quando manca quel ritmo semplice fatto di passi e incontri. «Non sono soltanto i paesaggi o le albe a mancare, ma soprattutto l’umanità che il Cammino sa creare. Si condividono fatiche, sorrisi, silenzi e speranze con persone provenienti da ogni parte del mondo».

Il cambiamento più profondo, però, è quello interiore. «Il Cammino ci restituisce il valore della lentezza e dell’ascolto. Per questo molti pellegrini sentono la mancanza non soltanto del Cammino, ma anche della persona che erano diventati durante quel percorso».

La “santiaghite“, dunque, non è la nostalgia di una meta raggiunta, ma il desiderio di ritrovare quella dimensione di autenticità che il pellegrinaggio riesce a far emergere. «Il Cammino di Santiago non termina davanti alla cattedrale di Santiago de Compostela», conclude Pisegna. «Continua dentro ciascun pellegrino, nelle relazioni costruite lungo la strada e nello sguardo nuovo con cui affronta la vita di ogni giorno».