Lettera di un medico del Pronto Soccorso di Avezzano.

#IO NON POSSO RESTARE A CASA

Avezzano- “Non ho voglia di raccontare la mia “segregazione”, in fondo è uguale a quella di tanti altri, un po’ di tv, un po’ di internet, qualche libro, un po’ di cucina per provare ricette nuove e ripetere quelle vecchie. Però io sono un medico e non posso stare a casa.

Cosa posso raccontare allora?

Del primo paziente sospetto positivo ricordo l’adrenalina (la nostra). Fino a quel momento avevamo letto tanti protocolli, visto le notizie terribili in televisione, provato la vestizione tra il serio e lo “stupido” sorridendo perché ci si sentiva un po’ ridicoli. Li però, davanti a noi, c’era un paziente VERO e dopo qualche istante di smarrimento, ci siamo guardati negli occhi (avevo con me un gruppo di infermieri fantastici) e dopo un respiro profondo abbiamo iniziato a fare il nostro dovere.

La vestizione è stata estremamente cauta , con una differenza rispetto alle prove: il protocollo consiglia di farlo in due: uno che si veste e uno che aiuta e controlla; noi eravamo in quattro: uno si vestiva (grazie A.) e tre aiutavano e controllavano per far si che non sfuggisse nulla.

L’altro sentimento che ci ha coinvolto subito è stata la paura, ma non per noi, il nostro pensiero è stato per tutte le persone che ci aspettavano a casa. Mogli, mariti, figli, genitori a cui, se non fossimo stati accorti, avremmo potuto portare il contagio e nessuno di noi se lo sarebbe mai perdonato. Quando sono tornata a casa ricordo di aver fermato mio figlio mentre correva verso di me nell’intento di abbracciarmi: “Amore fermo, Mamma deve lavare prima le mani”. Le avevo già lavate non so quante volte con gel, saponi alcolici e fazzolettini umidificati, ma in quel momento non bastava.

 L’adrenalina di quel giorno mi è rimasta addosso anche il giorno dopo, che ho passato in parte a piangere, in parte a parlare e raccontare alla mia famiglia cercando di razionalizzare tutte le cose successe.

E adesso?

Nei giorni successivi i pazienti sono aumentati, le nostre azioni si sono “automatizzate” ed è aumentata la sicurezza che avevamo nel rispettare la procedura.

Quando ci approcciamo a loro con le tute o quando vengono posti in locali che non sono quelli abituali negli occhi dei pazienti che incontriamo serpeggia il terrore. Purtroppo il paziente “sospetto positivo” viene isolato anche dai propri cari e naturalmente ha paura. Noi abbiamo il compito di tranquillizzarli, ma stando distanti e difficile, ci proviamo con lo sguardo che sorride attraverso la visiera e con la voce che timida esce dalla mascherina, non abbiamo la possibilità di avere contatti fisici e in questi casi una mano sulla spalla sarebbe decisamente utile.

Il momento più difficile?

 Comunicare un decesso al telefono cercando di calibrare la voce, di misurare le parole, cercando di capire se dall’altra parte del telefono c’era una persona sola o con qualcuno, che se si fosse sentita male avrebbe potuto aiutarla; l’impossibilità di fornire informazioni certe circa quello che sarebbe successo al congiunto e come sarebbero avvenute le esequie, la vestizione, a chi rivolgersi. Ne ho passate tante in Pronto Soccorso, ma era la prima volta che mi capitava una situazione così.

Cosa ho imparato da questo periodo?

Come diceva Leopardi ci può salvare solo la “social catena”, il lavorare insieme infatti ci permette di dividere pensieri, opinioni, momenti di appannamento e piccole gioie. La fortuna è che viviamo nell’era di internet e la distanza è solo fisica. Pensate se avessimo dovuto affidarci alle lettere per comunicare, quanta solitudine avremmo sofferto.

Oggi per esempio mio figlio ha potuto salutare i suoi nonni che vivono in un’altra città con una videochiamata e seguire le lezioni live in una classe virtuale con i suoi compagni e le sue maestre. Mi sono sempre chiesta chissà come fanno a scuola ora me li guardo e sorrido perché adesso lo so “come fanno a scuola”.

Quando ho spiegato a mio figlio quello che stava succedendo per tranquillizarlo gli ho detto che sembra che questa malattia non coinvolgesse i bambini e lui candidamente mi ha detto: “allora sopravvivremo solo noi piccoli”, ho sorriso. Adesso so che forse, l’unica modo per ricominciare sarà farlo con la testa di un bambino, cioè cercando di reimpostare le priorità, imparando a soffrire solo per le cose veramente importanti e non permettere più ad alcuna sciocchezza di distoglie l’attenzione dalla Vita e dalla sua Bellezza.

Cosa mi manca?

Il rumore del mare, il vociare dei bambini in piazza, il sapore di un cono gelato fresco, l’aria umida della piscina, le mie amiche, la tranquillità, una notte di sonno filato, la colazione insieme ai colleghi, il cornetto alla fine di una notte di turno. Mi manca guardare le vetrine, le domeniche a pranzo con i miei, parlare di calcio e di chi vincerà il campionato … le Piccole cose che facevano grande la mia vita. Ad maiora!

Firmato Un Medico Ospedaliero 47 anni

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