Quando la Casa Bianca dichiara guerra al Vaticano: lo scontro fra Trump e Papa Leone, due americani l’opposto l’uno dell’altro

Papa Leone a Lampedusa con i migranti e Donald Trump davanti al Muro con il Messico

Quando l’uomo vestito di bianco incontra l’uomo col gatto in testa, quello vestito di bianco, essendo anch’egli americano, si aspetta da quest’ultimo un abbraccio e l’esclamazione: “Uè paisà!” e invece no. Così, l’uomo col gatto in testa (sempre più spellacchiato e non solo il gatto), guarda il suo connazionale seduto sul Soglio di Pietro e pensa: “Mo’ gliene dico quattro!”.

Bisogna pure capirlo: l’uomo col gatto in testa si aspettava finalmente un alleato da Chicago pronto a benedire il “Muro” messicano e invece ha trovato un agostiniano che ha passato vent’anni in America Latina e che vede i confini come ponti e non come barriere.  

La delusione è grande: Sognava un Papa della Pennsylvania Avenue o di Wall Street; ne ha ottenuto uno con il passaporto USA che però parla quattro lingue, ha la doppia cittadinanza peruviana e difende i diritti dei migranti e c’ha pure una laurea!

Un bel “busillis” per l’America: da una parte il Magnate che rappresenta il prodotto dell’estetica dei grattacieli di New York la cui visione è transazionale: il mondo si divide in vincenti e perdenti e il successo si misura in metri quadri e finiture dorate, dall’altra Leone XIV il quale seppur nato nella grande metropoli dell’Illinois, ha speso decenni in Perù come agostiniano. La sua è l’America del lavoro sociale, delle parrocchie di frontiera e dell’ascolto degli ultimi.

America “First” di Trump vede gli Stati Uniti come una fortezza da proteggere dall’esterno. La sicurezza coincide con la chiusura dei confini e la difesa dell’identità nazionale. Tutti nel fortino contro gli Apachi. Manca John Wayne ma Trump è convinto di sostituirlo molto bene, anzi meglio, sebbene lo spettro di Alamo pare avvicinarsi.
Fa da contraltare l’America “Inclusiva” del Pontefice il quale, come si diceva, ha la doppia cittadinanza (statunitense e peruviana). Per Lui l’identità americana non è un recinto chiuso, ma un melting pot che ha il dovere morale di dialogare con il resto del mondo, specialmente con l’America Latina, insomma una sorta di novello Bergoglio.

Due visioni agli antipodi e se il Tycoon afferma: “Costruiremo il muro”, il Papa risponde: “Chi costruisce muri non è cristiano”. La replica? Trump definisce, piccato, il commento del Papa “vergognoso”. È l’unico caso nella storia recente in cui un leader politico prova a fare l’esame di catechismo a un Pontefice. Donald vede il mondo diviso in confini da proteggere mentre il Papa lo vede come uno spazio da connettere.

I cattolici conservatori USA, per decenni, hanno sognato un Papa americano, sperando che portasse in Vaticano una mentalità più vicina al capitalismo e ai valori tradizionali repubblicani e invece eccotelo là! Un papa scelto proprio per la sua linea teologica vicina a quella di Francesco. Il bello è che i “Trumpiani” si trovano, ora, davanti un Pontefice connazionale che però considerano “troppo progressista” o addirittura “marxista”. I cattolici? Soffrono del “Paradosso di Trump”: sono nella bizzarra posizione di sostenerlo e criticare apertamente il Vicario di Cristo, non solo, ma devono recarsi a messa la domenica ascoltando il Vangelo sulla povertà, per poi votare il lunedì un miliardario che considera l’indigenza un fallimento personale.

Così, mentre l’uomo col gatto in testa tempesta i social bruciandosi le dita furiosamente sui tasti con la velocità di trecento caratteri al minuto, l’uomo vestito di bianco risponde con i tempi della Chiesa: secoli. Trump spara, Leone XIV medita. Trump cerca la rissa da saloon, il Papa offre il silenzio di un chiostro agostiniano sebbene con un pizzico di malignità gesuita. Che poi alla fine il povero Donald si trova, disperato, a sfogarsi sparando a casaccio senza nemmeno pensare a quel che dice o alla opportunità di proferir verbo, mentre il povero Marco Rubio (cattolico) sta lì con le mani tra i capelli a guardare il vecchietto bilioso che si scava la fossa da solo.

Pare quasi di sentire il Tycoon rivolgersi al papa, sguainando la parrucca, col tono di un Cyrano, declamando nei saloni del Palazzo Apostolico: “Cara santità se ne posson dire a iosa…”

(descrittivo): “Ho visto Piazza San Pietro domenica. C’era pochissima gente. Triste! I miei comizi in Pennsylvania hanno il triplo delle persone. E poi Leone non ha carisma, è di Chicago, io sono di New York, noi a New York i cappelli bianchi li portiamo meglio”.

(Il simbolo): “La Chiesa è un grande brand, una tradizione fantastica, ma la stanno gestendo malissimo. Questo nuovo Papa non fa accordi, non monetizza. Se mi dessero la gestione dei Musei Vaticani, farei numeri pazzeschi. Più oro, meno missionari, meno missionari meno spese, meno spese più oro e il cerchio si chiude, gli altri? Andassero a lavurà barbùn!”.

(La cittadinanza): “Leone XIV dici di essere americano ma hai passato vent’anni in Perù. Parli spagnolo meglio dell’inglese. Per me sei un infiltrato di Lima, bisognerebbe controllare il tuo certificato di nascita”.

Ma alle tirate del nostro guascone non c’è il Visconte di Valvert a rispondere. Per un uomo la cui visibilità è vita non essere considerato è peggio che essere insultato.

Il Papa è prete e i preti sanno quel che fare, hanno governato il mondo per secoli. Se il Papa gli dedicasse un’enciclica avversa, Trump toccherebbe il cielo con un dito: tutta audience per lui ma Leone XIV si mette a pubblicare documenti sulla teologia agostiniana o sulla povertà globale senza mai fare cenno non solo a “The President” ma manco al gatto che c’ha in testa!

E così Donald fa avanti e indietro, telefonino in mano, per la Stanza Ovale, pigliando a calci i nuovi mobili dorati in stile Casamonica, nell’attesa di una replica da Roma che non arriva, ma in Vaticano non ci sono bizzosi Ayatollah e il nostro deve cuocere nel suo brodo.

Il dramma vero, per lo showman di New York, non è che il Papa gli dia torto. Il dramma è che il Pontefice “nun se lo fila proprio”. Trump digita: “Piazza San Pietro è vuota, molto meno pubblico dei miei comizi, triste!”, sperando in una risposta. Da Roma nulla, manco una scomunica piccola così…”. Solo il comunicato sull’importanza della preghiera per i poveri.

Purtroppo il Tycoon ragiona con i cicli elettorali di 4 anni, cercando la vittoria immediata e l’applauso dei tweet ma la Chiesa ragiona in secoli e millenni. I presidenti passano, i grattacieli invecchiano, ma la Basilica di San Pietro resta lì. Alla fine gli USA compiono solo 250 anni il 4 luglio 2026, Santa Romana Chiesa ne ha duemila!

Cosa grave: il Papa ha rimandato a tempo indeterminato il suo viaggio negli Stati Uniti previsto per il 2026 e la dice lunga sul Prevost-pensiero che lungi dal cimentarsi in una rissa verbale, colpisce, pesantemente ma silente e sorridente. L’uomo col gatto in testa scopre così che a trattare coi preti ci si rimette sempre. I grattacieli si possono comprare, così pure i tweet, ma l’indifferenza di un Papa agostiniano non ha prezzo e che la tiara papale non si può acquistare su Amazon… .

Un saluto