Referendum Giustizia: Ho studiato, ma non ho capito la domanda. Guida ironica e semiseria sul tema sul quale voteremo il 22 e 23 marzo…

Ammettiamolo: gli italiani hanno un quoziente di intelligenza altamente superiore a quello di tutti gli altri popoli.

Da cosa deriva questa mia constatazione? Ma dall’ovvio. Se non fossimo così altamente evoluti mentalmente perché ci verrebbe proposto di risolvere quesiti che presumono forti capacità culturali e di intelligenza?

Prendiamo i referendum. Ogni volta ci viene chiesto di dare un parere a problemi dei quali nemmeno ne sospettiamo esistenza o entità. In alcuni casi, siccome si ritiene che la soluzione sia per l’italico popolo di grande semplicità, sono mescolate le carte per cui se si vuol dire “Si” bisogna dire “No” e viceversa, un po’ come certi quiz televisivi.

Rieccoci ora alle prese con un problema da sbrogliare che presume la conoscenza approfondita della Costituzione Italiana e dei machiavellismi giuridici. Vi propongo il testo del  quesito referendario al quale siamo tenuti a dare una risposta:

Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?”.

E qui i braccianti della bassa Lomellina (e non solo loro) si guardano l’un l’altro chiedendosi cosa diavolo voglia dire, poi, dandosi una pacca sulla fronte esclamano: “ Ma dove ho messo la Gazzetta Ufficiale n.253 del 30 ottobre 2025?” perché chiaramente le conservano tutte come in ogni famiglia italiana che si rispetti.

Per fortuna ci sono i media i quali ci fanno notare che il busillis riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. E qui altro problema perché sapevamo esistere i delinquenti e gli inquirenti ma i requirenti?

Insomma la faccenda consisterebbe in una riforma costituzionale per la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente (pubblici ministeri) e l’istituzione di una Corte disciplinare autonoma. Qui il cittadino cade in deliquio. Un romano avrebbe detto: “E mo’ che je risponno?”.

A causa di questo ecco cosa accade in Italia dove, per dirla con Guareschi, “il sole d’estate spacca la testa alla gente, e dove, d’inverno, non si capisce più quale sia il paese e quale il cimitero“.

Diamo una breve occhiata qua e là per spiare cosa avviene tra gli interessati.

Sedevano attorno al tavolo, i volti cupi, più scuri delle toghe nere che indossavano. La discussione era concitata, ogni tanto saliva di tono per diventare un bisbiglio quando veniva pronunciato il nome di Falcone, Borsellino o Rivatino per poi esplodere in bestemmie degne d’un camallo di Genova al solo menzionare Palamara.

Aria di cambiamenti  e il mutare non sempre piace perchè una continuità invariata è calda e accogliente, ti avvolge proteggendoti come un morbido piumone in un freddo inverno.

Bene aveva fatto Ingroia “il missionario” che, sparito in Guatemala e riapparso con “la mossa del cavallo”, s’era fatto scivolare di dosso la toga del magistrato per varcare il Rubicone approdando alla riva del patrocinio legale.

Ma come si permettevano i politici a ficcare il naso negli affari di quella istituzione che i padri costituenti avevano voluto indipendente tanto da fornirle un organismo di autogoverno? Uno non bastava più? Ne volevano due, magari un domani tre?

Ventisette vittime lastricavano la strada della giustizia tingendola col loro sangue di magistrati e il loro sacrificio era, adesso, insudiciato dai dubbi che la politica voleva instillare sulla correttezza dell’istituzione.

Il momento era difficile e si, bisognava ammetterlo, qualche scivolone in alcuni processi c’era pur stato, ma chi non fa non falla e alla fine siamo esseri umani no?

Piero Calamandrei

Disse Piero Calamandrei:”, s’alzò una voce dal tavolo: “Voi vedete, colleghi, che in questa Assemblea, mentre si discute della Costituzione, i banchi del Governo sono vuoti. Ed è giusto che siano vuoti; è bene che siano vuoti. Perché la Costituzione non deve essere l’opera di una maggioranza, non deve essere l’opera di un Governo; la Costituzione deve essere l’opera di tutto il popolo, l’opera di tutta l’Assemblea, in cui tutte le opinioni, anche le opinioni delle minoranze, devono trovare il loro posto e la loro garanzia.”

Questo taglierebbe la testa al toro!” esclamò una seconda voce, “ma… c’è un referendum che per l’appunto è voce di popolo”.

Alla fine della fiera non si cavava un ragno dal buco. In fondo sarebbe bastato che i magistrati accettassero la volontà referendaria senza tante storie perché loro erano gli amministratori della giustizia promulgata dal popolo e null’altro avrebbero dovuto fare e dire. Se contraddizione sarebbe scoppiata, ebbene qualcuno avrebbe provveduto… .Ma si sa come vanno le cose c’è sempre da ridire su tutto.

Ma “Se Atene piange, Sparta non ride” e nello stesso tempo, qualche politico passava notti insonni.

Attorno ad un altro tavolo, senza toghe indosso ma similmente cupi in volto, alcuni politici bofonchiavano tra loro. Una voce disse: “Se siamo opposizione dobbiamo opporci alle proposte del governo”. Chiese una seconda dall’altro capo del tavolo.: “Ma proprio a tutte tutte?”, Certo che sì”, rispose il primo, “se una opposizione non si oppone che opposizione è?”.   “E se qualcuno non è d’accordo?” incalzò la voce dal fondo del tavolo. “Deve essere d’accordo!” tuonò la prima dando una manata sul tavolo “Se si è del partito si esegue!”.

“Chiamare i deputati e i senatori i «rappresentanti del popolo» non vuol più dire oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito.”.

Chi ha detto questa eresia?” si levò una voce indignata.

Piero Calamandrei!” fu risposto e nella stanza calò un pietoso quanto imbarazzato silenzio.

In quale situazione ci troviamo ora? Nessuna voce politica s’è levata né adesso né prima a dire “ma non possiamo proporre una cosa descritta con più semplicità?”, oppure “come diavolo pensiamo che la gente comprenda quello che sta facendo?”. Il silenzio assordante che proviene da ogni ambito parlamentare mi fa pensare che il rendere criptiche le cose semplici sia, nella politica, un fattore condiviso.

Bar, esterno giorno, seduti al tavolino Antonio e Giovanni discutono, si alza il sipario

  • Che voti Anto’? –
  • Voto che? –
  • Il reverendum… –
  • Ma so’ cose da preti che ne so io? –
  • Volevo dire “referendum”.. –
  • Ah quello… nun cio’ capito gnente ma che vonno? –
  • Sembra che i magistrati se devono separà –
  • Perché nun ponno esse sposati? –
  • Dice che devono separà le corriere
  • Perché due giudici nun possono prende lo stesso pullman? –
  • Volevo di’: “carriere” –
  • Giova’ oggi me sembri rimbambito: de che carriere parli? –
  • Quelle che se devono giocà a pari e dispari –
  • Ma perché mo’ i giudici giocano a pari e dispari? –
  • Ma no, per via del terzo…
  • Er terzo che? Mo’ è aumentato uno?
  • Anto’ co’ te nun se po’ parlà nun capisci gnente! –
  • Ah so’ io che nun capisco gnente ? Perché tu ciai capito tutto?
  • No, ma me fido…
  • Vabbè famo a fidasse ma … de chi?
  • E che ne so’?-

(Sipario)

Volendo celiare se ne può a iosa ma lo sconcerto tra la gente rimane, così come è sempre rimasto per ogni quesito referendario. Una cosa è certa: si scrive “Sì o No” ma si legge “Boh!

Un saluto