Terzapagina – Quei commissari che escono dai libri… 2°

“Cosa legge? Un giallo? Immagino sia uno di quei libri con investigatori stranieri che capiscono tutto guardandosi intorno…Osservando la cenere dei sigari e sigarette…”

“No questo è italiano! Un certo De Angelis…”

“Un giallo italiano? Macché! In Italia non possono esserci gialli! Non lo vedete? Non ci sono furti, rapine, assassini… Ci vogliamo tutti bene! Viviamo in un paese perfetto…”

“Infatti, son solo stranieri che vengono qui a liquidare le loro faccende…”

Con questo dialogo si apre “La barchetta di cristallo” nella trasposizione televisiva ove il Commissario De Vincenzi è un meraviglioso Paolo Stoppa, ironico, sarcastico e, per certi versi, anche acre.

Che il dialogo sia identico al libro o sia una modifica imputabile alla sceneggiatura non è facile da dire, perché De Vincenzi e, attraverso lui, il Suo Autore con queste quattro battute svolgono la loro critica, innanzitutto alla politica italiana di quel tempo e, poi, al mondo della letteratura gialla dominato da Autori stranieri, soprattutto anglosassoni o americani. Già avevano fatto capolino gli Edgar Wallace con trame intricate e S.S. van Dine, l’Autore di Philo Vance aveva fissato le regole, dieci regole auree, per scrivere un bel giallo, un giallo “corretto”.

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Una rara immagine di Edgar Wallace

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Paolo Stoppa alias Commissario De Vincenzi
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Una immagine tratta dal Philo Vance televisivo con Giorgio Albertazzi (“La canarina assassinata”)

Così De Angelis, col suo De Vincenzi, pacato fino all’inverosimile, intellettuale, psicologico, senza trucchi e senza sillogismi deduttivi, pone le basi per un approccio diverso. In fondo, anche Philo Vance è seccamente critico verso tutte le analisi di stampo doyliano e preferisce un approccio più da “pensiero laterale” .

De Vincenzi è un primo esempio di detective “diverso”, umanissimo ma anche rigoroso nelle sue indagini, attento ai fatti, alle persone, ai luoghi ed alle atmosfere, assai vicino per questo a Jules Maigret di Simenon.

Alle atmosfere parigine, quelle dei bistrot, quelle dei locali del Lungosenna, delle trattorie poco formali ma dalla gastronomia sopraffine, che sono tipiche della trasposizione italiana dei capolavori di Simenon, si avvicina assai di più Franco Soneri di Valerio Varesi, il commissario capo della Mobile di Parma che rifugge le tecnologie, l’informatica, tutto l’apparato scientifico avanzato e che si affida di più al suo intuito, al suo ragionamento fondato sulle sfumature dei fatti, degli accadimenti, e sulle risultanze delle indagini tecniche condotte su oggetti ritrovati, sulle notizie relative ai personaggi dei vari casi, il tutto immerso in un’atmosfera fumosa, nebbiosa, nella quale egli si aggira così come la sua mente segue i meandri dei suoi pensieri e dei suoi ricordi.

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Valerio Varesi ovvero il creatore di Franco Soneri

Franco Soneri che, se chiudi gli occhi lo vedi con le sembianze di Luca Barbareschi, vive la sua vicenda fra o sentieri dei boschi di Montelupo, sulle rive del “fiume delle nebbie” ricordando le beghe di un tempo andato come accade pure nella “Casa del Comandante”, è un investigatore nervoso, con l’aria perenne di gatto arruffato, che sembra sempre appena alzato, con il sigaro tra le labbra, trova la chiave di lettura dell’oggi nel passato che aleggia tra le vie nebbiose di una Parma quasi favoleggiata. Franco Soneri trova in Juvara una sorta di Watson tecnologico, mentre Capuozzo, il Questore burocraticamente burocrate sino all’inverosimile, gli sta addosso e divide le sue riflessioni, talora, con Angela, ovvero l’avvocato sua amante dalla storia mai ben definita, così come lo è la loro relazione.

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Luca Barbareschi nei panni di Soneri nello sceneggiato televisivo “Nebbie e delitti 3”
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Sempre una immagine del Soneri televisivo

In fondo, Soneri riflette le emozioni, i sentimenti di tanti del nostro tempo che, a cinquant’anni, si guardano indietro e scoprono che il mondo, prima, era migliore. In fondo Franco Soneri contesta, come avrebbe fatto ai tempi della sua vita universitaria, il sistema di corruzione e di intrallazzi che ormai costituisce il nostro paese (volutamente in minuscolo). Ogni serata al Milord (forse figura del Leon D’Oro  parmense), oppure in una locanda sul fiume, oppure in una trattoria tra le nebbie di Montelupo, è un reimmergersi in quelle atmosfere ovattate e fumose del bel tempo andato, un po’ come in casa della Signora Maigret…

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Andreina Pagnani e Gino Cervi sul set di “Le inchieste del Commissario Maigret” della RAI

P.S.: Le immagini sono di repertorio.
(segue)

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