Tra la Via Emilia e il West: il viaggio di Francesco Guccini, cantore, poeta e scrittore della libertà che gridò “Dio è Morto!” e fu apprezzato da Paolo VI

Addio a Francesco Guccini: si spegne a 86 anni il Maestrone della canzone d’autore.

Da tempo Guccini si era ritirato dalle scene musicali dal vivo, dedicandosi quasi esclusivamente alla scrittura di libri e romanzi. Negli ultimi anni aveva condiviso pubblicamente le difficoltà legate alla maculopatia bilaterale, una malattia che gli impediva di leggere autonomamente. Chi lo ha sentito nei suoi ultimi giorni, come l’amico teologo Brunetto Salvarani, racconta di un uomo stanco ma ancora intellettualmente vivo, in attesa della pubblicazione del suo prossimo libro a settembre.

Con Guccini scompare un gigante che ha ridefinito i confini della canzone di protesta e della poesia in musica. Pilastro della scuderia musicale che registrò capolavori storici presso gli Stone Castle Studios di Carimate, ha saputo unire l’impegno politico al racconto intimo delle osterie e della quotidianità. Canzoni immortali come La Locomotiva, Auschwitz, Dio è morto e la rabbiosa L’Avvelenata rimangono impresse nella memoria collettiva di intere generazioni.

Il coro di cordoglio ha unito l’intero Paese, dalle istituzioni – con un lungo applauso tributatogli nell’aula della Camera dei Deputati e il ricordo del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – fino ai colleghi artisti come Zucchero, che lo ha salutato ricordando come i poeti “stiano soltanto dormendo in fondo al cuore”.

Ma voglio ricordarlo come lo vidi a Roma al Folkstudio, lo storico locale dove si sono esibiti, nel suo scantinato, i più grandi musicisti. Era lì sul palco con la sua chitarra, seduto su una sedia e accanto il fisco del vino posato sul pavimento. Francesco accennò ad alcuni frammenti della canzone “La Fiera di San Lazzaro”, poi si fermò e disse col suo accento modenese “ ui e uò sapete come va a finire, passiamo a un’altra canzone”. Carlo Massarini diceva di lui “dove per gli altri è musica, per lui è poesia” ed è vero. Le sue canzoni erano poesie poggiate su un letto musicale.

Francesco Guccini non ha mai amato definirsi un poeta, eppure i suoi testi possiedono una complessità metrica e letteraria che ha pochi eguali. La sua è una poesia epico-narrativa, densa di parole, colta e fortemente radicata nella memoria. Brani come Canzone quasi d’amore o Incontro non sono semplici canzoni, ma flussi di coscienza in cui il lessico spazia dal dialetto arcaico ai latinismi, fino a citazioni di Gozzano e della letteratura cavalleresca.

Guccini usa la canzone come un romanzo: accumula immagini, dettagli e parole precise per fotografare il tempo che passa, le disillusioni politiche e la nostalgia delle radici.

Per comprendere l’unicità di Guccini, è utile metterlo a confronto con i suoi due più illustri contemporanei: Fabrizio De André e Roberto Vecchioni. Sebbene tutti e tre abbiano elevato la canzone a dignità letteraria, le loro poetiche nascono da urgenze e stili completamente diversi.

La differenza fondamentale tra questi tre giganti risiede nel modo in cui guardano il mondo e lo trasformano in versi:

Guccini è l’etica del quotidiano: La sua poesia nasce dalla terra, dall’Appennino e dalle osterie di Bologna. Guarda la realtà con disincanto filosofico. Racconta storie collettive (La Locomotiva, Auschwitz) ponendosi come un osservatore interno, un compagno di viaggio che riflette a voce alta davanti a un bicchiere di vino.

De André è la lama dell’anarchia: Faber non racconta se stesso, ma si fa voce di chi non ne ha. La sua poesia è un esercizio di sottrazione: poche parole perfette che colpiscono al cuore il potere. Cerca la bellezza nel fango e la santità tra i derelitti, unendo il sacro e il profano con una musicalità aperta alle contaminazioni del mondo.

Vecchioni è l’intelletto dell’emozione: Essendo un professore di liceo, la sua poesia è intrisa di cultura classica e miti greci (come in Euridice o Ulisse), ma usati come specchio per analizzare l’anima umana, l’amore e la propria fragilità. Se Guccini è epico e De André è lirico-sociale, Vecchioni è squisitamente autobiografico e romantico.

Il vuoto lasciato dalla scomparsa di Francesco Guccini costringe a guardare indietro, a quel tempo in cui la canzone d’autore era un mestiere artigianale fatto di parole nude e chitarre acustiche. In questo esercizio di memoria, il profilo del Maestrone di Pavana si sovrappone quasi naturalmente a quello di un artista apparentemente lontano, ma unito a lui da una straordinaria affinità elettiva: il romano Stefano Rosso.

Separati dalla geografia – l’Appennino emiliano e le osterie di Bologna per il primo, i vicoli di Trastevere e il Folkstudio per il secondo – i due hanno condiviso lo stesso DNA artistico. Entrambi sono stati cantastorie puri, allergici alle regole del mercato discografico e dotati di un’ironia tagliente capace di demolire ogni ipocrisia borghese.

Questo legame spirituale profondo trova persino un clamoroso punto di contatto storico e tecnico nelle corde di una chitarra. C’è infatti un filo invisibile, fatto di acciaio e radici americane, che unisce indissolubilmente Guccini e Stefano Rosso: si chiama Deborah Kooperman.

La chitarrista statunitense, giunta in Italia dal Greenwich Village di New York (dove frequentava i giovani Bob Dylan e Richie Havens), fu la vera “evangelizzatrice” del fingerpicking nel nostro Paese, una tecnica allora totalmente sconosciuta ai musicisti nostrani. Se a Bologna la Kooperman prestò le sue dita alle ballate colte di Guccini, firmando gli intrecci acustici di album capolavoro come L’isola non trovata (1970) e Radici (1972), a Roma, tra le mura del Folkstudio, folgorò Stefano Rosso.

Rosso rimase stregato da quel modo di suonare e ne fece una ragione di vita. Assorbì la tecnica d’oltreoceano fino a diventarne il massimo pioniere e divulgatore in Italia, tanto da pubblicare nell’83 un intero album-manuale sul tema. Due modi diversi, insomma, di usare la stessa rivoluzione acustica: Guccini per sorreggere la forza della parola, Rosso per far correre la chitarra insieme alla sua dissacrante ironia.

Se il linguaggio tecnico viaggiava sulle corde dell’acustica, quello lirico e sociale di Guccini spiazzò l’Italia dei primi anni Sessanta. Il punto di rottura definitivo arrivò nel 1967 con Dio è morto (portata al successo dai Nomadi). Ispirata alle suggestioni di Allen Ginsberg e a una celebre copertina di Time, la canzone era un attacco frontale al conformismo e alle ipocrisie del boom economico-

La dirigenza RAI dell’epoca, ossequiosa verso un bigottismo di facciata, bollò il brano come blasfemo a causa del titolo e ne decretò l’immediata epurazione dai palinsesti radiotelevisivi. Il paradosso che ne seguì resta una delle pagine più memorabili della nostra cultura: mentre l’emittente di Stato applicava la censura, Radio Vaticana ne comprese immediatamente l’altissimo valore morale e spirituale, trasmettendola regolarmente. Il brano fu apertamente apprezzato da Papa Paolo VI, che intuì come quel grido generazionale non fosse un insulto alla fede, ma una disperata ricerca di autenticità in un mondo che stava smarrendo l’anima.

La grandezza di Guccini, tuttavia, risiede nella capacità di oscillare costantemente tra l’universale e il privato, lasciandoci ballate diventate pilastri della memoria collettiva.

In morte di S.F. (Canzone per un’amica): Scritta dopo la tragica scomparsa in un incidente stradale di un’amica d’infanzia, Silvana Fontana, è una delle riflessioni più devastanti e poetiche sul senso del tempo e sulla fragilità della giovinezza. Il contrasto tra il giorno che muore e la vita che prosegue indifferente incarna quel fatalismo laico e struggente tipico della sua produzione

Vedi cara: È il capolavoro del Guccini privato, l’istantanea spietata e onesta della crisi di coppia. Rifiutando la retorica melensa della canzone sentimentale italiana, Guccini racconta l’incomunicabilità, la distanza intellettuale e la stanchezza di un amore che si scontra con le barriere della quotidianità.

La locomotiva: L’epica allo stato puro, la ballata anarchica ispirata alla storia vera del ferroviere Pietro Rigosi che nel 1893 dirottò un treno per scagliarlo contro “l’ingiustizia sociale”. Diventata il brano di chiusura irrinunciabile di ogni suo concerto per oltre quarant’anni, questa traccia unisce la struttura narrativa del folk tradizionale (che tanto lo accomuna allo spirito da cantastorie di Stefano Rosso) al mito della ribellione proletaria e idealista.

Proprio il successo monumentale di pezzi come La locomotiva ha spesso incasellato Guccini nell’immaginario collettivo come il “cantautore comunista” per eccellenza. Si è trattato, tuttavia, di una vistosa forzatura ideologica da cui l’artista ha sempre preso le distanze. Guccini non si è mai ritenuto un comunista, rifuggiva categoricamente le etichette di partito e non ha mai amato il dogmatismo della sinistra militante

La sua vera bussola politica è sempre stata un’altra: un socialismo umanitario e libertario, fortemente intriso di pulsioni anarchiche. Un anarchismo romantico, ottocentesco, fatto di difesa degli ultimi, rigetto del potere autoritario e un profondo senso di giustizia sociale, ben lontano dai canoni del marxismo-leninismo.

Questo posizionamento “eretico” e indipendente rappresenta il definitivo punto di contatto con Stefano Rosso. Anche il cantautore romano, pur muovendosi negli ambienti della sinistra alternativa degli anni Settanta, ne sbeffeggiava le ipocrisie e i finti intellettualismi (basti pensare a Una storia disonesta). Entrambi, rifiutando l’arruolamento sotto le bandiere della politica ortodossa, hanno preferito l’anarchia del bancone dell’osteria e la libertà assoluta della parola. Guccini fu un intellettuale a tutto tondo e vorrei sottolineare, quello che molti trascurano, il Guccini scrittore.

«Ho sempre pensato che fare il cantautore fosse un mestiere d’occasione, mentre scrivere libri fosse la mia vera strada». Questa frase, pronunciata spesso da Guccini nelle interviste della maturità, riassume perfettamente il suo rapporto con la letteratura. Quando nel 2012 ha dato l’addio definitivo alla musica con l’album L’ultima Thule, non si è ritirato a vita privata: si è semplicemente trasformato, a tempo pieno, in uno scrittore professionista. La letteratura per lui non è mai stata un hobby da vecchiaia, ma una vocazione parallela coltivata fin dagli anni ’80.

La produzione letteraria di Guccini è vastissima.Il suo esordio avviene nel 1989 con Cròniche epafániche, un capolavoro di ricostruzione storica e linguistica dedicato alla sua infanzia a Pavana. A questo sono seguiti Vacca d’un cane (sulla giovinezza a Modena) e Cittanòva blues (sul periodo bolognese). Sono libri scritti con una prosa densa, poetica e ricca di termini dialettali, veri e propri monumenti a un mondo rurale che stava scomparendo

Insieme allo scrittore bolognese Loriano Macchiavelli, Guccini ha creato una delle coppie più fortunate del noir italiano. Insieme hanno dato vita a personaggi indimenticabili come il maresciallo Benedetto Santovito e l’ispettore della Forestale Marco Gherardini (detto Poiana). I loro gialli (come Macaronì o Un disco dei Platters) usano l’espediente dell’indagine poliziesca per raccontare la storia profonda, i segreti e le ferite degli Appennini tra la Toscana e l’Emilia

Da vero intellettuale, Guccini era un profondo conoscitore della lingua. Ha scritto libri come il Dizionario delle cose perdute o il Nuovo dizionario delle cose perdute, in cui recupera oggetti, mestieri e modi di dire spazzati via dalla modernità, salvandoli dall’oblio

Ciò che rende il Guccini letterato unico nel panorama italiano è il suo approccio quasi scientifico alla lingua. Avendo frequentato la facoltà di Magistero ed essendo stato professore di lingua italiana per gli studenti americani a Bologna, possedeva una cultura filologica raffinatissima.
Nelle sue pagine si incontra un pastiche linguistico straordinario: l’italiano colto si mescola al dialetto pavanese, all’argot giovanile degli anni ’60, all’antico toscano e ai tecnicismi della vita contadina. La sua scrittura è materica, evoca odori, sapori, fango e nebbia. Non cerca la trama hollywoodiana, ma la precisione del termine, l’esattezza della memoria.

Il valore letterario dei suoi testi (sia cantati che scritti) è stato certificato nel 1992 con il Premio Montale Le Parole della Musica. Successivamente con numerosi premi letterari, tra cui il Premio Campiello alla carriera e il Premio Cesare Pavese.

La scomparsa di Francesco Guccini chiude definitivamente l’epoca d’oro della canzone d’autore italiana, intesa come impegno artigianale e poetico. Rileggere la sua immensa eredità attraverso la lente di Stefano Rosso, riscoprendo i fili invisibili tesi da Deborah Kooperman o le comuni battaglie contro l’ipocrisia del mercato e della politica, restituisce a entrambi la loro dimensione più autentica: quella di spiriti liberi e refrattari a ogni gabbia ideologica.

Guccini non è stato il megafono di un partito, né il santino di una sinistra dogmatica. È stato, insieme a pochissimi altri eretici come Rosso, un anarchico del pensiero e un socialista dell’anima, capace di cantare la fragilità dell’amore in Vedi cara, il dolore universale in In morte di S.F. o la disperata speranza di Dio è morto.

Oggi che la sua locomotiva ha terminato la sua corsa terrena, non resta che custodire quel patrimonio di parole, accordi in fingerpicking e fumo di osteria. Perché finché ci sarà qualcuno pronto a rifiutare un’etichetta in nome della propria libertà, la voce del Maestrone continuerà a viaggiare. E con essa, quell’eco dissacrante e bellissima di chi ha saputo fare della musica uno specchio di pura verità.

Ciao Francesco!

LEO Vito