Un Cioccolatino Storico. “Storia di un papà”: Gesù visto con gli occhi di San Giuseppe e delle tradizioni a lui dedicate

MAGLIANO DEI MARSI – Buongiorno carissimi lettori ma soprattutto benvenuti in questo nostro cioccolatino storico. La storia che oggi ci piacerebbe raccontarvi ci porterà alla scoperta di uno dei personaggi biblici più conosciuti e venerati del Cristianesimo: San Giuseppe, il Babbo di Gesù. E insieme compiremo un viaggio, a tappe, che ci permetterà di comprendere un lato assai particolare di questo personaggio, ovvero di Gesù visto attraverso gli occhi di Giuseppe”: e concluderemo questo cioccolatino con dolcezza, raccontandovi la storia delle zeppole e dei bignè di San Giuseppe. Iniziamo questo nostro viaggio.

Ma, passati tre mesi dalla concezione, l’uomo giusto, Giuseppe, fece ritorno dal luogo in cui esercitava il suo mestiere, e visto che la mia madre vergine era incinta, fu sconvolto e pensò di mandarla via di nascosto (Mt 1, 19). Dal timore, dalla tristezza e dall’angustia del cuore, in quel giorno non gli riuscì neppure di mangiare e bere”. Questo è il versetto 2 della “Storia di Giuseppe il falegname” un testo apocrifo del IV redatto in ambiente copto, che sarà alla base della prima tappa, ovvero quella relativa a Giuseppe timoroso e triste. Il testo è assai chiaro! Giuseppe ritorna nel suo luogo natale e si trova dinanzi qualcosa che è più grande di lui: ed uomo che era – l’umo giusto come leggiamo nel testo- di certo non la prese bene. Timore, angoscia di cuore, tristezza sommata anche alla perdita di appetito e di sete accompagnano sono caratteristiche che, in questa tappa, descrivono molto bene le sensazioni di Giuseppe alla vista della sua amata Maria in Dolce Attesa.  Un timore che lo portò anche a dubitare delle parole della sua amata Maria. Lo leggiamo nel Protovangelo di Matteo: “Perché mi lusingate affinché io creda che l’angelo del Signore l’ha ingravidata? Può essere che qualcuno l’abbia ingannata fingendosi angelo del Signore”. Così dicendo piangeva, e aggiunse: “Con qual fronte oserò guardare il tempio del Signore, e con quale faccia vedrò i sacerdoti di Dio? Che farò io?”. Così dicendo pensava di fuggire o allontanarla (verso 2”.

Prticolare di San Giuseppe, affresco conservato nella chiesa di Santa Maria di Loreto in Magliano dei Marsi

Ma poi, quelle domande che Giuseppe lanciò al Cielo, anche in modo rabbioso, ebbero risposta. E questa risposta sarà alla base della seconda nostra tappa, ovvero Giuseppe l’uomo dei sogni. Sempre nella “Storia di Giuseppe il Falegname” come del resto nei vangeli canonici (quelli che leggiamo in chiesa per capirsi meglio) ci raccontano dell’apparizione in sogno dell’Angelo del Signore. Nella “Storia di Giuseppe” possiamo leggere anche dettagli importanti: “Verso il mezzogiorno gli apparve, in sogno, il principe degli angeli, san Gabriele; munito di un ordine di mio Padre, gli disse: “Giuseppe, figlio di David, non temere di prendere Maria in tua sposa. Ha concepito infatti da Spirito santo e partorirà un figlio che sarà chiamato Gesù (Mt 1, 20). Questi é colui che governerà, con scettro di ferro, tutte le genti” (Ap 12, 5). Ciò detto, l’angelo se ne andò. Giuseppe si levò dal sonno, e fece come gli aveva detto l’angelo del Signore (Mt 1, 24). E Maria restò presso di lui”. Mentre nel vangelo di Matteo (1, 18-24) possiamo leggere “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

La terza tappa di questo nostro viaggio ci presenta Giuseppe obbediente: la visione dell’Angelo lo aveva convinto dell’innocenza della sua amata e per questo gli rimarrà accanto ed accetterà quel grande dono, che è Cristo. Inoltre, fu proprio Giuseppe che diede il nome a Gesù, questo indica anche un’importanza sociale al Bambino e quindi, la gente di Nazareth e di altri luoghi, poteva riconoscere Gesù come discendente di Davide.

Giuseppe, padre coraggioso, quarta tappa ed ultima di questo nostro viaggio. Da quella apparizione e dall’accettazione di quel Bambino, Giuseppe iniziò ad attendere la nascita di Gesù: sicuramente i suoi occhi attendevano l’arrivo dell’Emmanuele (Dio con Noi) e fece di tutto per proteggere sua moglie e suo figlio. Immaginiamoci la scena della natività: qui Giuseppe, con i suoi occhi, vide l’amore di Dio per l’umanità. Una volta nato Gesù, nella vita di Giuseppe ritornò il sogno: un sogno che lo avvisava di scappare in Egitto, la vita di suo figlio era in pericolo. Scampato il pericolo erodiano, la Sacra Famiglia poté tornare a Nazareth: qui gli occhi di Giuseppe poterono vedere come Gesù stava crescendo. Una crescita fisica che si sommò anche in una crescita spirituale, l’episodio dello smarrimento di Gesù nel Tempio ne è un grande esempio, tra l’altro è l’ultimo episodio evangelico in cui compare Giuseppe. Gesù, che dopo alcuni giorni, venne ritrovato nel Tempio ad insegnare e che i genitori – sicuramente arrabbiatissimi- si domandarono del perché. La risposta di Maria al Figlio è assai importante per il nostro viaggio:“«Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole (Lc 1,49-50)”. Il brano evangelico prosegue con la crescita di Gesù e l’obbedienza ai suoi genitori.

Ma ora veniamo alle dolci note, la conoscete la storia delle zeppole oppure dei bignè di San Giuseppe? Un’antica leggenda ci narra che San Giuseppe, dopo aver portato in salvo la propria famiglia in Egitto, per sbancare il lunario, oltre al carpentiere si mise a confezionare dolci. Le leggende son belle anche per questo! Una delle prime attestazioni sull’origine delle zeppole partenopee le abbiamo grazie alle monache di San Basilio del noto monastero di San Gregorio Armeno, e siamo intorno al ‘700. Viceversa, la prima ricetta delle zeppole di San Giuseppe a Napoli l’abbiamo grazie al celebre gastronomo Ippolito Cavalcanti (il Gordon Rmasey dell’epoca) nel “Trattato di Cucina Tecnico-Pratico” (lo potete trovare su google libri, scritto in dialetto napoletano”.

E a Roma? Checco Durante, attore e poeta romano scrisse: “San Giuseppe frittellaro ttanto bbono e ttanto caro tu cche ssei ccosì ppotente da ajiutà la pora ggente”. C’è un legame forte ed antico che lega San Giuseppe alla città di Roma. Presso la meravigliosa chiesa di San Giuseppe dei falegnami situata all’interno dell’antico Foro Imperiale, il 19 marzo, dopo la solenne processione si era soliti intrattenersi dinanzi alla chiesa per consumare un pranzo insieme: e c’erano anche dei dolci fritti. Qui nacque “er frittellaro” con i suoi bignè di San Giuseppe. Gothe scriveva: “Oggi era anche la festa di S. Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli cioè venditori di pasta fritta…Sulle soglie delle case, grandi padelle erano poste sui focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio bollente, un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo, le ciambelle che man mano erano cotte e, con un altro spiedo, le passava a un quarto garzone che le offriva ai passanti”.

Un Abbraccio Storico, ma soprattutto un augurio ai nostri papà: a quelli che sono qui sulla Terra ma soprattutto a quelli che ci guardano dal Cielo!

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