Abruzzo, il “Gran Rifiuto” del futuro. “Notti” d’ogni tipo, santi e mercatoni qui e lì per promuovere il turismo. Con buona pace di borghi, beni naturali, transumanza turistica e altre idee innovative

Tra la miopia del turismo folk e la fuga dei giovani: la regione che scia guardando il mare non sa cosa fare da grande.

C’è qualcosa di profondamente romantico, e a tratti surreale, nel modo in cui la programmazione strategica in Abruzzo decide di gestire il proprio tempo e le proprie risorse. Mentre il resto del pianeta si affanna a inseguire l’intelligenza artificiale e l’economia verde, nell’Abruzzo gentile le cabine di regia preferiscono la stabilità. Quella vera. Tipo il 1294.

Un esempio? La Perdonanza Celestiniana. Ogni anno l’agenda pubblica si mobilita per celebrare in pompa magna il pontificato di Celestino V. Sì, proprio quel Pietro del Morrone che, secondo il buon Dante Alighieri, fece per viltade “il gran rifiuto”, abbandonando il soglio pontificio perché governare era una faccenda troppo complicata. In pratica, investiamo capitali fisici e d’immagine per festeggiare uno che si è dimesso dopo quattro mesi (ho volutamente tralasciato le menate su quello che dovrebbe essere stato il primo Giubileo perchè a parlar di avvenimenti in Italia ce ne sono a iosa)).

La Perdonanza Celestiniana è quel magico momento dell’anno in cui L’Aquila ricorda Celestino V e la sua celebre propensione per le dimissioni lampo e la generosità spirituale. In fondo, per i fedeli, perché sbattersi con anni di penitenza e opere di bene quando puoi azzerare il contatore dei peccati semplicemente attraversando una porta, un po’ come sbloccare un bonus di fine livello nei videogiochi? Un tempo si faticava l’inferno per guadagnarsi il paradiso; oggi basta mettersi in fila dietro a un corteo storico lungo tre chilometri, sperando che le autorità abbiano finito di farsi fotografare prima che chiudano i battenti. Più che il perdono dei peccati, il vero prodigio mistico a cui assistono gli aquilani ogni anno è trovare un parcheggio a due passi da Collemaggio durante i concertoni di fine agosto. Insomma, Celestino V ci ha regalato l’indulgenza plenaria, ma la vera prova di santità, a quanto pare, resta sopravvivere al caos del centro storico e ai bagni chimici brandizzati.

Quello di Celestino è stato un record che in tempi moderni ha replicato solo Benedetto XVI, che, tra l’altro, dopo il licenziamento è rimasto Papa “emerito”, con la piccola differenza che a Roma nessuno si è sognato di stanziare fondi pubblici per istituire la “Settimana Ratzingeriana” con sfilate in costume d’epoca e sbandieratori. La verità è che la miopia politica locale preferisce cullarsi nell’assistenzialismo nostalgico del Medioevo, disperdendo risorse in un fitto calendario di quattro festicciole paesane, sagre locali e micro-eventi a pioggia.

Un sottofondo costante che ha cullato le diverse amministrazioni regionali, di ogni colore e stagione, in un profondo sonno dogmatico. Una sonnolenza burocratica che fa riposare le istituzioni su ciò che la regione possiede per diritto di nascita, senza il minimo sforzo di innovazione o visione a lungo termine. Intendiamoci: arrosticini, parrozzo e affini saranno anche eccelsi, patrimonio indiscusso della nostra anima e della nostra gola, ma non possono diventare l’unico programma economico di una regione. Non possiamo pensare di sfamare le ambizioni delle prossime generazioni e pagare i debiti pubblici a colpi di carbone ardente e mandorle tritate. La tradizione deve essere un trampolino, non un divano su cui schiacciare un pisolino politico; se ci si adagia solo sul folklore, si finisce per morire di nostalgia. Bisogna avere il coraggio di aprirsi al futuro.

Prendiamo un esempio clamoroso di cosa significhi monetizzare la cultura e la bellezza: Rocca Calascio. Chiediamoci cosa farebbero gli americani se avessero sul loro territorio un castello del genere, incastonato in uno scenario mozzafiato? Il borgo dove tra l’altro è stato girato un cult mondiale come Ladyhawke? A quest’ora ne avrebbero tratto una Disneyland d’alta quota. Ci avrebbero costruito intorno un impero di indotto, gadget ufficiali, flussi turistici regolati e campagne pubblicitarie globali in grado di autofinanziare l’intera provincia. Da noi, invece, resta una splendida cartolina autogestita, con quattro trattorie lasciata all’iniziativa del singolo visitatore, mentre i motori dello sviluppo economico strutturato restano spenti.

L’Abruzzo è il vero polmone verde d’Italia e d’Europa. Una terra benedetta da tre Parchi Nazionali e un Parco Regionale, con la straordinaria e unica peculiarità di offrire mare emontagna contemporaneamente, a un tiro di schioppo l’uno dall’altra. Potresti sciare la mattina e farti un aperitivo sui trabocchi al tramonto. Eppure, la gestione di questo brand naturale fa invidia solo ai comitati condominiali.

L’orso marsicano, dovrebbe rappresentare ciò che il panda rappresenta per la Cina: un ambasciatore globale in grado di vendere ecoturismo a tariffe d’oro. Purtroppo viene trattato alla stregua di un vicino di casa un po’ molesto che ogni tanto ruba le galline. E il lupo? Animale bistrattato e penalizzato da pregiudizi arcaici. Dovrebbe essere valorizzato come il simbolo fiero di una biodiversità che fa rima con ricchezza e rispetto della fauna.

Se solo la politica economica regionale usasse un briciolo dell’energia e dei budget impiegati per organizzare le sagre locali, si potrebbero creare filiere industriali del turismo sostenibile. Pensiamo ai nostri borghi abbandonati, quei gioielli di pietra che scivolano lentamente nell’oblio. Finanziare la loro riesumazione strutturale per trasformarli in alberghi diffusi non sarebbe solo un’operazione di decoro, ma un piano industriale mirato. È qui che si gioca il futuro dei nostri giovani e dell’occupazione. Una gestione coraggiosa e manageriale di questi tesori darebbe una scossa immediata al mercato del lavoro, creando professioni qualificate nel turismo, nella cultura, nella sostenibilità e nella transizione digitale del territorio. Invece, l’assenza di visione condanna le nuove generazioni al precariato stagionale o, peggio, all’esilio forzato.

L’unico vero “gran rifiuto” che continuiamo a vedere ogni giorno è quello dei nostri ragazzi, costretti a fare la valigia e a rinunciare alla propria terra perché stufi di aspettare che la politica si svegli dal suo torpore.

Per evitare che questo articolo resti solo un nobile esercizio di indignazione, proviamo a disegnare la mappa di quello che si potrebbe fare domani mattina se la politica decidesse finalmente di svegliarsi dal suo sonno kantiano. Trasformare i borghi fantasma in alberghi diffusi non è un’utopia romantica, ma un modello economico già collaudato con successo in altre regioni. Ecco come realizzarlo in tre mosse manageriali:

Le amministrazioni comunali, coordinate dalla Regione, devono mappare gli immobili abbandonati o in stato di degrado. Per le proprietà di cui si sono perse le tracce degli eredi (fenomeno diffusissimo a causa dell’emigrazione storica), si attivano procedure di esproprio per pubblica utilità o contratti di locazione agevolata a lungo termine (es. 30 anni) a canone simbolico.

Invece di disperdere i fondi europei e regionali in mille micro-contributi a pioggia per le sagre, si crea un fondo unico destinato alla ristrutturazione conservativa delle facciate e delle infrastrutture primarie (fibra ottica, strade, sottoservizi). L’interno delle strutture viene poi affidato tramite bando pubblico a cooperative di giovani locali o a imprenditori del settore, che finanziano gli arredi in cambio di concessioni pluriennali esenti da tasse regionali per i primi 5 anni.

Qui il vecchio informatico che è in me vuole dire la sua. Un albergo diffuso non è un insieme di Airbnb disconnessi. Serve una gestione centralizzata. Un unico edificio del borgo diventa la “reception” e il cuore pulsante del paese, gestito da giovani professionisti del territorio.

Le colazioni, le pulizie, le escursioni nei Parchi Nazionali e la ristorazione così come l’animazione non vengono centralizzate, ma appaltate ai residenti rimasti e alle micro-aziende locali (produttori di formaggi, artigiani, guide alpine), integrando la tradizione agroalimentare in un’economia circolare e ad alto valore aggiunto. Questo significa fare impresa culturale. Questo significa creare posti di lavoro stabili che diano ai giovani un motivo reale per non fare il loro personale “gran rifiuto”. Tutto il resto sono solo chiacchiere, fumo di brace e nostalgia medievale. A quanti piacerebbe uno Spinning immerso nel verde o un Hydrospinning in un lago?

Criticare è sempre facile, il difficile è fare proposte. Mi permetto di suggerire qualche altra idea alternativa al Cammino Grande di Celestino (stiamo sempre lì: Celestino ovunque).

Perché non usare la ciclovia adriatica e la Costa dei Trabocchi come hub di partenza per percorsi cicloturistici o cammini storici (i vecchi tratturi) verso l’interno? Un turista può fare surf o kayak al mattino nella Riserva di Punta Aderci e, tramite navette elettriche o e-bike, cenare nei rifugi di Campo Imperatore la sera stessa. Questo allenta la pressione antropica sulle spiagge nei mesi di luglio e agosto.

Accennavo agli alberghi diffusi ma il concetto è applicabile anche alle aree museali. Secondo i dati regionali, circa il 27,5% dei musei abruzzesi nelle aree interne apre solo su richiesta. La tecnologia ci corre in soccorso.  Adottare tecnologie GIS e soluzioni IoT (Smart Locks guidate da app, codici QR e guide in realtà aumentata). Digitalizzare l’accesso ai piccoli beni culturali (es. gli eremi della Maiella o le antiche chiese rupestri) permette una fruizione autonoma a basso impatto e senza costi fissi di personale per i piccoli comuni.

Sfruttare le faggete vetuste (Patrimonio UNESCO) del Parco Nazionale d’Abruzzo per il Forest Bathing (immersione forestale) certificato e la Therapeutic Landscape Architecture (Oddio son nomi stranieri: forse è meglio tornare al quadrimestre Celestiniano!).

Questo permetterebbe di orientare la promozione turistica non solo al classico escursionista del fine settimana, ma a soggiorni prolungati per “workation” (lavoro + vacanza). I borghi parzialmente abbandonati, (ritorniamo al concetto precedentemente espresso) se cablati con la banda larga, diventano rifugi ideali per nomadi digitali attratti dalla qualità della vita e dalla natura incontaminata.

“Non solo natura” Potrebbe essere lo slogan. Le vecchie miniere dismesse della Maiella (come quelle di bitume a Lettomanoppello) possono essere convertite in percorsi di speleo-turismo o musei sotterranei. Sarebbe diversificata l’offerta montana oltre lo sci invernale (messo sempre più in crisi dal cambiamento climatico), offrendo alternative nei periodi di mezza stagione. Naturalmente tutte queste idee cozzeranno contro un politico: “eh te pare facile a te…” ripiombando nel solito pisolino.

Una domanda sorge spontanea: cosa ne penserebbero i grandi figli d’Abruzzo? Voglio provare ad intercettare il loro pensiero. Il D’Annunzio “superuomo”, l’esteta d’azione e il promotore della modernità industriale (si pensi al suo entusiasmo per le automobili, i velivoli e la velocità) sarebbe profondamente irritato da questa stagnazione.

Considererebbe la mancata valorizzazione culturale come un segno di accidia e provincialismo. Per un uomo che ha trasformato la propria vita in un’opera d’arte e ha promosso le eccellenze italiane nel mondo (dalla Presentosa abruzzese fino al nome della Rinascente), vedere tesori artistici, storici e archeologici lasciati nell’ombra sarebbe imperdonabile. Il Vate direbbe che l’Abruzzo non ha saputo imporre la propria unicità nel panorama internazionale con l’audacia e l’orgoglio che la sua storia merita.

D’Annunzio non sognerebbe mai un Abruzzo cementificato o banalizzato dai flussi commerciali della globalizzazione. Piuttosto, pretenderebbe una valorizzazione eroica ed estetica: vorrebbe che le risorse naturali e culturali fossero celebrate, proiettate nel mondo e trasformate in pura bellezza e cultura, pur mantenendo intatta la loro anima selvaggia, fiera e incorrotta

Non basta il pensiero del Poeta? Ecco quello di uno statista: Mazzarino. Ha edificato la sua fortuna sull’accentramento del potere regio in Francia, contrastando le forze centrifughe della nobiltà. Considererebbe la trascuratezza dell’Abruzzo come il sintomo di uno Stato centrale debole e distratto. Sosterrebbe che la mancanza di infrastrutture e lo spopolamento sono la prova dell’assenza di una visione politica dominante capace di far fruttare ogni singolo territorio del proprio dominio.

Nel Breviario dei politici (testo a lui tradizionalmente associato), il controllo della percezione e l’azione pragmatica prevalgono sempre sulle recriminazioni. Ai governanti e ai cittadini abruzzesi Mazzarino direbbe di smettere di subire passivamente la perifericità. Consiglierebbe di usare l’astuzia: simulare una forza che non si ha, tessere alleanze strategiche e costringere i centri di potere (Roma o Bruxelles) a investire nella regione non per carità, ma per puro tornaconto e necessità geopolitica. In sintesi, Mazzarino non piangerebbe sulle sorti dell’Abruzzo, ma condannerebbe la mancanza di una mente machiavellica capace di trasformare l’isolamento geografico in una fortezza inespugnabile di efficienza e valore economico. Volete conoscere una sua massima che oggi è alla base del marketing? “Più che saziare la gente di ciò che le piace, magari fino a stomacarla, conviene farglielo balenare davanti agli occhi e stuzzicarle l’appetito“. Questo nel 1600!

La sua sarebbe una dura condanna. Benedetto Croce guarderebbe al pessimo utilizzo delle risorse abruzzesi destinate ai giovani con una severa e sdegnata condanna, interpretando questo fallimento non come un semplice problema amministrativo, ma come una profonda crisi morale e intellettuale della classe dirigente.

Quale filosofo idealista, liberale e fiero figlio della terra abruzzese, Croce condannerebbe la politica. Per lui, la vera politica è un’attività nobile che deve tendere al bene comune. Davanti allo spreco o al cattivo uso di fondi pubblici destinati alle nuove generazioni, denuncerebbe il prevalere del “particolarismo” e della “camorria” intellettuale, dove le risorse collettive sono sacrificate sull’altare del clientelismo o dell’incompetenza burocratica. Vedrebbe in questo non la “politica”, ma la sua antitesi: la pura fazione e l’egoismo utilitaristico.

La giovinezza rappresenta per il Nostro l’energia vitale, la promessa dello sviluppo dello “Spirito” e della storia. Negare ai giovani abruzzesi le risorse per formarsi, intraprendere e restare nella propria terra significa interrompere il processo storico e culturale di una regione. Parlerebbe di un “delitto contro la cultura”, poiché l’assenza di opportunità costringe le migliori intelligenze all’esilio, impoverendo il patrimonio civile dell’Abruzzo.

Nella sua filosofia, l’economia deve essere sempre guidata e illuminata dall’etica. Spendere male i fondi (attraverso bandi inefficienti, ritardi o finanziamenti a pioggia senza merito) dimostra la totale assenza di una classe dirigente colta e consapevole della propria responsabilità storica. Croce direbbe che chi governa oggi manca di quella “religione della libertà” e del dovere che dovrebbe spingere a coltivare il talento dei giovani come la risorsa più preziosa dello Stato.

Insomma, cosa vuole fare l’Abruzzo da grande? Vuole continuare a vivacchiare di sagre paesane e auto-celebrazioni medievali, o vuole finalmente integrarle come semplici tappe folk di un vero, grande progetto di rilancio e sviluppo regionale? Certo ci vuole coraggio e determinazione.

Finanziare i santi e i papi rinunciatari del Duecento fa senz’altro comodo: non si fatica, la gente è contenta e soprattutto non si assumono responsabilità. Ci si abboffa di arrosticini con una bella birretta gelata e si acquistano quattro stupidaggini da bancarella. Ma dal punto di vista dello sviluppo e del lavoro, la vera “perdonanza” dovremmo chiederla noi all’Abruzzo, per come continuiamo a trattarlo quale museo polveroso e stagnante anziché quale motore vivo di benessere, occupazione e futuro.

Un Saluto