Luis Dri, il confessore di papa Francesco che insegna al mondo la forza del perdono
(Adnkronos) – La pace comincia dal cuore dell’uomo e il perdono può diventare il primo passo per disarmare gli animi e ricostruire le relazioni. È il messaggio al centro di “Luis Dri. La forza del perdono, la debolezza della guerra” (pagine 192, 16,80 euro), il volume firmato dai giornalisti e scrittori Alver Metalli e Andrea Tornielli, pubblicato da Edizioni Ares in vista del viaggio apostolico di papa Leone XIV in Uruguay, Perù e Argentina, in programma dal 6 al 17 novembre 2026.
Il libro restituisce la testimonianza di padre Luis Pascual Dri (1927-2025), frate cappuccino argentino che ha trascorso gran parte della propria vita al confessionale del santuario di Nostra Signora di Pompei, a Buenos Aires. Sacerdote conosciuto per la sua disponibilità all’ascolto e per la capacità di accogliere i penitenti senza giudicarli, Dri è stato indicato più volte da papa Francesco come esempio di confessore capace di fare della misericordia una missione quotidiana.
Nato a Federación il 17 aprile 1927 e morto a Buenos Aires il 30 giugno 2025, all’età di 98 anni, Dri fu creato cardinale da Francesco nel 2023, in segno di riconoscenza per la sua testimonianza sacerdotale. La sua notorietà ha superato i confini dell’Argentina proprio grazie al Pontefice, che ne ha valorizzato l’approccio alla confessione e la convinzione che nessuno debba essere escluso dalla possibilità di ricevere il perdono.
Una disposizione spirituale riassunta in una preghiera tanto semplice quanto significativa, pronunciata davanti al Tabernacolo: «Signore, perdonami perché ho perdonato troppo. Ma sei stato Tu a darmi il cattivo esempio!». Parole che restituiscono il tratto distintivo del religioso: una misericordia vissuta non come concessione eccezionale, ma come espressione concreta dell’amore di Dio.
Metalli e Tornielli hanno incontrato e intervistato a lungo padre Dri. Dopo il primo incontro, nel 2016, hanno scelto di affidare al frate stesso il racconto della propria vicenda, andando oltre la tradizionale ricostruzione biografica. Ne è nato un volume costruito attraverso ricordi, incontri e riflessioni personali, che ripercorre una vita dedicata alla preghiera, all’ascolto e all’accompagnamento spirituale.
Al centro della testimonianza c’è una convinzione che gli autori collegano alle tensioni internazionali contemporanee: la pace non può essere affidata soltanto agli accordi politici o all’equilibrio delle forze, se non è accompagnata da un cambiamento interiore delle persone. Per Dri, la riconciliazione comincia quando l’uomo riconosce i propri errori, sperimenta il perdono e impara a guardare l’altro non come un nemico da sconfiggere, ma come una persona da accogliere.
In questa prospettiva, la confessione non rappresenta una semplice formalità religiosa, ma un’occasione per ricominciare, liberandosi dal peso del male e aprendosi alla possibilità di trasformare anche le relazioni sociali. Un percorso personale che, secondo il messaggio del libro, può contribuire a contrastare l’intolleranza e la violenza anche nella convivenza tra i popoli. È in questo orizzonte che la storia di padre Dri incontra le parole di Leone XIV. Il Papa ha richiamato l’esigenza di una pace «disarmata e disarmante», fondata sulla giustizia e sul coraggio del perdono. Un richiamo che, nel contesto di un mondo attraversato da conflitti e nuove tensioni sul fronte degli armamenti, si intreccia con l’esperienza del cappuccino argentino, rimasto per decenni lontano dai riflettori e impegnato nell’incontro quotidiano con le persone.
Il volume raccoglie anche due contributi che ne approfondiscono il significato umano e spirituale. Nella prefazione, il giornalista Alessandro Banfi sottolinea la portata universale del perdono: «Non esiste uomo che non desideri il perdono. Ecco perché papa Francesco ha voluto indicare al mondo questo straordinario confessore».
Nella postfazione, il vescovo emerito di San Isidro, Oscar Vicente Ojea, amico personale di Dri, ne ricorda la vita di preghiera, l’abitudine di alzarsi alle quattro del mattino e la costante disponibilità verso chi cercava ascolto. Un ritratto nel quale trovano spazio anche la cordialità, l’affetto e l’umorismo con cui il sacerdote sapeva trasmettere pace e speranza. Ojea conclude con l’auspicio che la testimonianza del cappuccino possa trovare un riconoscimento duraturo nella memoria ecclesiale: «Credo che il popolo fedele chieda che la sua vita, già eroica, diventi eroica anche nella memoria della Chiesa». Parole che richiamano la possibilità di una futura causa di beatificazione e canonizzazione, senza che ciò costituisca di per sé l’annuncio dell’avvio di un procedimento. (di Paolo Martini)
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