La Marchesa Colombi, il talento di raccontare le donne e le ipocrisie della società
(Adnkronos) – Maria Antonietta Torriani, in arte Marchesa Colombi, è stata una delle narratrici più originali del secondo Ottocento italiano. Giornalista, prima donna collaboratrice del “Corriere della Sera”, osservatrice acuta della società borghese, ha raccontato le disuguaglianze, le convenzioni familiari e le limitazioni imposte alle donne con una scrittura ironica, realistica e sorprendentemente moderna. Eppure il suo nome non occupa ancora nella storia letteraria il posto che merita. A contribuire a una più precisa definizione del suo ruolo arriva ora “La Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia e altri scritti” (pagine 300, euro 12), il volume curato da Elisabetta Benucci per Edimedia, nella collana ‘Grandi classici della letteratura’, diretta da Giuseppe Nicoletti. In uscita venerdì 16 ottobre, il libro riunisce tre romanzi fondamentali della scrittrice – “In risaia” (1878), “Il tramonto d’un ideale” (1882) e “Un matrimonio in provincia” (1885) – accompagnandoli con un ampio apparato critico, note esplicative e linguistiche, approfondimenti e risorse digitali accessibili attraverso QR code.
L’intento non è quello di proporre una riscoperta in senso assoluto: alcune opere di Torriani sono state ripubblicate più volte e la sua figura è stata oggetto di studi importanti. Si tratta, piuttosto, di restituire unità a una produzione narrativa che merita di essere letta nella sua complessità e di riconoscere alla Marchesa Colombi una posizione più precisa nel panorama letterario del suo tempo. Nata a Novara il 1º gennaio 1840 e morta a Milano il 24 marzo 1920, Torriani seppe osservare la società italiana successiva all’Unità senza lasciarsi sedurre dalle sue rappresentazioni più rassicuranti. Nei suoi romanzi, il matrimonio non coincide necessariamente con la felicità, il successo sociale non garantisce la realizzazione personale e la rispettabilità borghese nasconde spesso interessi, egoismi e rinunce. Le sue protagoniste si muovono in un mondo nel quale le aspirazioni individuali devono fare i conti con regole stabilite da altri, mentre il lavoro, la famiglia e le convenzioni determinano possibilità e limiti delle loro esistenze.
È in questa capacità di osservare la realtà senza indulgere nel sentimentalismo che risiede una parte essenziale della sua modernità. La Marchesa Colombi non ha bisogno di trasformare i propri romanzi in dichiarazioni programmatiche: le contraddizioni emergono dalle vicende quotidiane, dai desideri frustrati e dai comportamenti dei personaggi. L’ironia, sempre presente, non attenua la critica sociale, ma la rende più penetrante.
Il nome con cui Torriani è passata alla storia è già una dichiarazione d’intenti. La scrittrice non apparteneva alla nobiltà: la Marchesa Colombi è uno pseudonimo, scelto dopo che i primi articoli sul “Corriere della Sera” erano apparsi con la firma “La Moda”. L’origine del nome è legata alla commedia “La satira e Parini” di Paolo Ferrari, autore modenese ma milanese d’adozione, quasi coetaneo di Torriani. Nell’opera compare il Marchese Colombi, un personaggio poco competente in materia di poesia e letteratura, che presenta agli ospiti del proprio salotto la moglie, una donna che “cammina un po’ sconnessa perché è fresca di parto”. Da questa figura nasce, attraverso una trasformazione ironica, la Marchesa Colombi immaginata da Torriani: una nobildonna di vecchio stile, saggia e mordace, capace di osservare il mondo con disincanto. La scrittrice si appropria così di un’identità fittizia che le consente di giocare con le convenzioni sociali e culturali, facendo dell’ironia uno dei tratti distintivi della propria voce. Dietro quella firma si nasconde una professionista della scrittura che riuscì a conquistare uno spazio significativo nel giornalismo e nella narrativa di un’epoca in cui la presenza femminile nella vita culturale era ancora fortemente condizionata. La sua attività non si limita alla rappresentazione della condizione delle donne: investe più in generale il funzionamento della società, i suoi rapporti di potere e la distanza fra gli ideali dichiarati e la realtà dei comportamenti.
La fortuna della Marchesa Colombi ha conosciuto momenti diversi. Una tappa decisiva della sua ripresa critica risale al 1973, quando Natalia Ginzburg, nella collana ‘Centopagine’ di Einaudi diretta da Italo Calvino, riportò in libreria “Un matrimonio in provincia”, dopo oltre cinquant’anni di oblio. Quella pubblicazione consentì a una nuova generazione di lettori di incontrare una scrittrice la cui capacità di raccontare la vita quotidiana conservava intatta la propria forza. In seguito, altre opere sono state ristampate da editori di pregio e diversi studi hanno contribuito a ricostruirne la biografia e a indagarne la produzione. Fra le studiose che si sono occupate di Torriani figurano Antonia Arslan, Silvia Benatti e Maria Teresa Cometto; un importante convegno dedicato alla scrittrice si è svolto nel 2011. Rimaneva tuttavia l’esigenza di riunire in un solo volume alcuni dei suoi testi più significativi, offrendo un percorso capace di mettere in evidenza le relazioni fra le opere e la varietà dei temi affrontati. E’ questa la scelta compiuta da Elisabetta Benucci, filologa e storica della letteratura italiana, funzionaria archivista dell’Accademia della Crusca e studiosa da tempo delle figure femminili nella cultura italiana.
Benucci ha dedicato ricerche a personalità come Paolina Leopardi, Caterina Franceschi Ferrucci, Giannina Milli, Anita Garibaldi ed Emilia Peruzzi. Alla figura di Paolina Leopardi ha riservato una biografia e la pubblicazione del suo epistolario inedito. Nel 2023 ha dato alle stampe l’antologia “Leggere Dante: donne dell’Ottocento” e dal 2025 dirige la “Rassegna della Letteratura Italiana”. Il suo lavoro sulla Marchesa Colombi si inserisce in un progetto di più ampio respiro: ricostruire la presenza delle scrittrici nella storia culturale italiana e superare una tradizione critica che ha spesso lasciato ai margini esperienze letterarie di notevole interesse.
Il romanzo forse più noto di Torriani è anche quello nel quale la sua originalità emerge con maggiore evidenza. “Un matrimonio in provincia”, pubblicato nel 1885, racconta la storia di Denza, diminutivo di Gaudenzia Dellara, dalla giovinezza fino all’età del matrimonio. Ma il titolo, in apparenza rassicurante, nasconde una vicenda assai diversa da quella di una consueta storia sentimentale. “È difficile immaginare una gioventù più monotona, più squallida, più destituita d’ogni gioia della mia”. Con questa frase si apre il racconto in prima persona della protagonista. Denza ricostruisce il proprio passato attraverso la memoria, tornando agli anni di una giovinezza provinciale segnata dalla noia, dalla mancanza di prospettive e da un senso di immobilità che sembra coinvolgere ogni aspetto dell’esistenza. La ragazza è inquieta, incline alle illusioni romantiche, ma vive in un ambiente nel quale le possibilità di scelta sono limitate dalle consuetudini e dalle aspettative familiari. Il suo unico amore è Onorato, un giovane facoltoso che non diventerà suo marito. A quell’esperienza sono legati i pochi momenti di autentica felicità della sua vita, destinati a sopravvivere soprattutto come ricordo. Il matrimonio, al quale la società del tempo attribuisce il valore di una necessaria realizzazione femminile, arriva soltanto alla fine della narrazione. È nelle ultime righe dell’ultima pagina che Denza parla della propria condizione di donna sposata. Tutto il resto del romanzo è occupato dalla storia di ciò che ha preceduto quelle nozze: l’amore mancato, le speranze, le delusioni e la consapevolezza che alcune esperienze non torneranno più.
Il matrimonio costituisce così il punto d’arrivo della vicenda sociale, ma non necessariamente quello della felicità individuale. La vita della protagonista è organizzata intorno a un obiettivo che dovrebbe garantirle una collocazione riconosciuta nella comunità; eppure il ricordo più intenso rimane quello di un amore che non ha trovato compimento. La forza del romanzo sta anche nel modo in cui la scrittrice affronta questa materia. Non cerca effetti drammatici e non costruisce una successione di avvenimenti eccezionali. La sua attenzione si concentra sulle attese, sulla monotonia, sulle piccole frustrazioni e sulle convenzioni che finiscono per restringere l’orizzonte di una vita. La narrazione suscita un sorriso, ma è un sorriso amaro. La voce adulta di Denza osserva con distacco la ragazza che è stata, senza cancellarne le illusioni e senza concederle una consolazione artificiale.
Il realismo della Marchesa Colombi consiste proprio in questa capacità di mostrare quanto possa essere dolorosa un’esistenza apparentemente ordinaria. Il romanzo presenta inoltre forti risonanze autobiografiche. La provincia novarese, nella quale Torriani trascorse gli anni della giovinezza, è restituita attraverso luoghi, abitudini, mentalità e modi di parlare che conferiscono alla narrazione una particolare concretezza. La memoria personale diventa uno strumento per osservare e criticare la società, soprattutto nei suoi aspetti più conformisti. Per la struttura, il tono e la sottile ironia, Un matrimonio in provincia si distingue nettamente da molte narrazioni sentimentali del suo tempo. La scrittrice non conferma le aspettative del lettore: le mette in discussione, mostrando come il matrimonio possa rappresentare non il coronamento di un’esistenza, ma l’esito di un percorso nel quale le aspirazioni personali sono state progressivamente ridimensionate.
Pubblicato nel 1878, “In risaia” affronta una realtà diversa, lontana dagli ambienti borghesi e dalle illusioni sentimentali di Denza. Al centro del romanzo c’è Nanna, una mondina costretta dalla povertà a lavorare nelle risaie piemontesi, esposta a condizioni di fatica e sfruttamento che compromettono la sua salute. L’opera è considerata da alcuni critici il vero capolavoro della Marchesa Colombi e rappresenta uno dei testi che contribuirono maggiormente alla sua notorietà, anche fuori dall’Italia. Si colloca al crocevia di importanti correnti culturali dell’Ottocento, dal verismo al realismo europeo, con uno sguardo attento alle condizioni materiali dell’esistenza.
La vicenda di Nanna mostra come la libertà individuale sia strettamente legata alle condizioni economiche. Per chi vive nella miseria, il lavoro non è sempre una possibilità di emancipazione: può diventare una necessità senza alternative, che espone il corpo al rischio e lascia pochissimo spazio alla scelta. La risaia diventa così il luogo nel quale si manifestano con particolare evidenza le disuguaglianze sociali. La condizione femminile si intreccia con quella di classe, e alla subordinazione legata al genere si aggiunge la vulnerabilità di chi non dispone di risorse per sottrarsi allo sfruttamento.
Nanna contrae una malattia durante il lavoro, ma non si rassegna al destino che sembra attenderla. Trova la forza di sopravvivere e di cercare un riscatto, opponendo alla durezza delle condizioni sociali una capacità di resistenza che costituisce uno degli elementi più significativi del romanzo. Torriani non trasforma la storia in un semplice atto d’accusa. La denuncia emerge dalla concretezza della vicenda e dalla rappresentazione delle condizioni di vita dei personaggi. È proprio questa adesione alla realtà, unita alla capacità di costruire una narrazione incisiva, a rendere In risaia una delle opere più importanti della scrittrice. Il confronto con Un matrimonio in provincia rivela anche l’ampiezza del suo sguardo. Da una parte, una giovane borghese prigioniera delle convenzioni sentimentali e familiari; dall’altra, una lavoratrice la cui esistenza è condizionata dalla necessità economica. Situazioni diverse, accomunate dalla rappresentazione di un mondo nel quale le possibilità individuali dipendono da regole sociali che i protagonisti non hanno scelto.
Il terzo romanzo, “Il tramonto d’un ideale”, pubblicato nel 1882, completa il percorso con una riflessione sul rapporto fra letteratura e vita. Elisabetta Benucci lo definisce “antimanzoniano”, individuando nel confronto con I promessi sposi uno dei suoi elementi più originali. Il capolavoro di Alessandro Manzoni diventa infatti lo strumento di un equivoco destinato a condizionare drammaticamente il destino di due innamorati. Torriani riprende alcuni elementi della tradizionale storia d’amore ostacolata, ma li colloca in una realtà contemporanea, dominata da interessi, debolezze e comportamenti che non corrispondono agli ideali della narrazione manzoniana.
Il protagonista è questa volta un uomo, la cui vicenda personale e professionale costituisce il filo conduttore del racconto. Partito da una condizione di povertà, egli riesce a raggiungere una posizione di grande successo. L’ascesa sociale, tuttavia, non garantisce la felicità e non impedisce che le relazioni affettive siano compromesse dall’egoismo e dalle convenienze. Il romanzo si allontana così dalla prospettiva di una storia nella quale gli ostacoli vengono superati attraverso l’eroismo o una superiore giustizia morale. Non ci sono grandi imprese né colpi di scena risolutivi: la conclusione si prepara attraverso la successione degli avvenimenti e appare come il risultato coerente dei comportamenti dei personaggi. I due giovani scoprono quanto le leggi concrete dell’esistenza possano discostarsi da quelle suggerite dalla letteratura. La vita non riproduce necessariamente gli schemi narrativi che promettono una ricomposizione dei conflitti e un esito moralmente ordinato. A prevalere sono spesso le debolezze umane, gli interessi personali e la distanza fra ciò che si proclama e ciò che si è disposti a fare. La dimensione antimanzoniana dell’opera non consiste dunque in una semplice parodia dei Promessi sposi. È piuttosto una verifica critica della possibilità di applicare alla realtà contemporanea modelli letterari fondati su valori etici e religiosi che non sempre trovano riscontro nella pratica quotidiana.
Anche per questo “Il tramonto d’un ideale” ebbe un’accoglienza positiva. Giovanni Verga considerava Torriani una collega di pari livello, mentre il romanzo trovò lettori anche negli Stati Uniti. Tradotto e pubblicato a New York dall’editore William Gottsberger, fu recensito favorevolmente dal “New York Times” nel 1885. Il quotidiano riconobbe all’autrice una notevole capacità di scrittura drammatica, accompagnata da un umorismo secco e caustico e da una conoscenza precisa dell’arte letteraria. Il giudizio è significativo: la Marchesa Colombi non era soltanto un’autrice capace di osservare con acutezza gli ambienti familiari e provinciali, ma una narratrice consapevole degli strumenti del proprio mestiere, in grado di misurarsi con questioni letterarie e morali di più ampia portata.
Nei tre romanzi il legame con il territorio novarese è particolarmente evidente. I luoghi dell’infanzia e della giovinezza di Torriani riemergono attraverso la topografia, le consuetudini, i modi di esprimersi e la mentalità dei personaggi. La provincia non è soltanto lo sfondo delle vicende: è un ambiente sociale che contribuisce a determinare le aspirazioni, i comportamenti e i limiti delle persone. Le reminiscenze autobiografiche conferiscono ai testi una particolare efficacia realistica, ma offrono anche alla scrittrice l’occasione per osservare criticamente il mondo dal quale proviene. La familiarità con le abitudini locali le permette di cogliere le rigidità della mentalità provinciale e di trasformarle in materia narrativa.
Un altro tratto distintivo è la lingua. La prosa di Torriani è fluente, diretta e vicina all’uso quotidiano. Le scrittrici della seconda metà dell’Ottocento, diversamente da molte letterate della generazione precedente, non sempre disponevano di una formazione umanistica tradizionale e non necessariamente costruivano il proprio stile sull’imitazione dei modelli consacrati. Spesso sceglievano una lingua più vicina alla conversazione e all’esperienza comune, capace di raggiungere un pubblico ampio Questa scelta è stata talvolta giudicata come una mancanza di raffinatezza. Oggi può essere letta anche come una risposta alle esigenze di una società in trasformazione, nella quale la modernizzazione e l’unificazione linguistica rendevano sempre più importante la possibilità di comunicare con lettori diversi. La lingua quotidiana diventava uno strumento per avvicinare la letteratura alla vita, soprattutto a quella di un pubblico femminile che cercava nella lettura occasioni di riconoscimento e comprensione. La naturalezza della scrittura della Marchesa Colombi, insieme all’ironia e alla precisione delle osservazioni, contribuisce alla modernità della sua narrativa. La sua prosa non cerca di imporsi attraverso la solennità, ma attraverso la capacità di rendere credibili le voci dei personaggi e di cogliere il significato sociale di situazioni apparentemente ordinarie.
L’edizione curata da Elisabetta Benucci offre gli strumenti per affrontare queste opere nella loro complessità. I tre romanzi sono accompagnati da un ampio apparato di note esplicative, descrittive e linguistiche, da un’introduzione critica e da approfondimenti specifici dedicati a ciascun testo. Completa il volume una scheda sulla vita e sulle opere della Marchesa Colombi, con una ricca nota bibliografica.
A questi materiali si aggiungono le espansioni online, accessibili attraverso QR code, che consentono di consultare risorse esterne: siti web, testi, articoli, video, interviste e spezzoni di film. È una modalità editoriale che amplia il percorso di lettura e permette di approfondire contesti, riferimenti e tematiche senza limitarsi alle pagine del libro.
La scelta di riunire “In risaia”, “Il tramonto d’un ideale” e “Un matrimonio in provincia” risponde a un’esigenza critica precisa. I tre romanzi compongono un trittico attraverso il quale è possibile cogliere la varietà della scrittura di Torriani: la denuncia dello sfruttamento, l’analisi delle illusioni sentimentali e il confronto con i modelli letterari della tradizione. Non emerge un’autrice riconducibile a un unico tema o a una formula narrativa ripetuta, ma una scrittrice capace di muoversi fra ambienti e problemi diversi, mantenendo una voce riconoscibile. L’ironia, il realismo, l’autobiografismo e l’attenzione per i condizionamenti sociali costituiscono gli elementi di continuità di un’opera che merita una valutazione complessiva. (di Paolo Martini)
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