Dal «Partito della Nazione» alla «Sagra del Fuffa-Marketing»: Guida galattica per sopravvivere al vuoto della politica italiana
Diciamolo subito, a scanso di equivoci e per evitare che il solito leone da tastiera mi cannoneggi sui social: io pratico il sano e antico sport dell’equidistanza politica. Oggi, in un’epoca in cui i palazzi del potere sembrano popolati da meteore da talk-show e influencer del consenso immediato, volgere lo sguardo al passato non è un atto di fede, ma di pura sopravvivenza ironica.

Un tempo la geografia del potere era semplice, quasi geometrica. C’erano una maggioranza e un’opposizione ben definite, due blocchi tettonici attorno ai quali girava il mondo: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Bianco contro Rosso. Chiesa contro Sezioni. Una rissa continua, certo, ma regolata da un galateo istituzionale che oggi ci sogniamo.
LA TEORIA DEI DUE SOLI (chiedendo scusa a padre Dante)
Attorno a queste due stelle ruotava un intero sistema solare di pianeti minori, piccoli nell’elettorato ma giganteschi nel fare rumore. C’era lo spettro nostalgico che sognava il ritorno della “buon’anima” da Predappio e, sul fronte opposto, chi lucidava la corona sperando di rivedere un monarca alla guida della nazione. Esisteva una sinistra massimalista di Unità Proletaria e, soprattutto, un Partito Socialista che, pur ridotto nei numeri, riuscì a esprimere un Capo del Governo come Bettino Craxi, capace di far vedere i sorci verdi agli americani durante la crisi di Sigonella.
PRIMA REPUBBLICA

La Prima Repubblica era una fucina di giganti complessi. Pensiamo ad Aldo Moro, lo statista democristiano teorico delle “convergenze parallele” – un ossimoro geometrico partorito per far digerire l’alleanza tra centro e sinistra – che purtroppo fece la tragica fine che tutti sappiamo. O a Enrico Berlinguer, il leader che spingeva per l’eurocomunismo, anch’egli andatosene drammaticamente sul campo, lasciandoci in eredità una figlia icona della televisione pubblica, oggi felicemente accessoriata con un intellettuale del Nord Italia tra scultura e scrittura.
Il confronto delle idee aveva persino un tempio catodico: le leggendarie Tribune Elettorali di Jader Jacobelli. Lì, i leader dei vari schieramenti sedevano l’uno di fronte all’altro, si opponevano ferocemente ma argomentavano, svisceravano i programmi civili coordinati dal mitico conduttore col campanello. Oggi quel confronto programmatico è morto: si è passati dalle tesi politiche agli insulti da ballatoio, dai programmi di governo ai meme da rissa social.
AGGLOMERATI POLITICI
Se prima, per governare, ci si accordava nel recinto del Pentapartito, oggi assistiamo alla nascita di conglomerati informi come il “campo largo”, che a dire il vero somiglia più a un campo dilatato a dismisura, pronto a imbarcare chiunque, compreso il Club di Topolino, pur di fare numero. Il vero dramma della politica contemporanea, però, è che non funziona più l’alternanza. Il dibattito vero, fatto di temi, visioni e proposte concrete, è evaporato.

Nelle vecchie scuole di partito si insegnava un abc fondamentale: se non sei d’accordo con la controparte, lo dichiari, ne indichi i motivi e metti sul tavolo la tua controricetta. Oggi, avete mai sentito un’opposizione presentare al corpo elettorale un’alternativa chiara, organica e motivata a un progetto della maggioranza? Il nulla. Ci si affida piuttosto ai supercazzolici discorsi incomprensibili di Elly Schlein, capolavori di vuoto pneumatico abilmente infiocchettati dove il concetto resta un mistero insoluto. Eppure, per funzionare, una democrazia ha un disperato bisogno della linfa vitale e del contrappeso di una minoranza seria.
Dall’altro lato della barricata, la maggioranza non brilla certo per acume accademico, rispondendo colpo su colpo con le strampalate uscite di Francesco Lollobrigida, le cui bizzarre teorie sociologiche, agricole e storiche riescono a far sembrare un trattato di geopolitica persino il libretto d’istruzioni di una lavatrice.
LO SCENARIO
In questo deprimente scenario, purtroppo, sembrano mancare gli uomini. E l’unico che sembra davvero mostrare gli attributi, ironia della sorte, è una donna che ha dimostrato di possedere più testosterone di tanti maschietti. Per il resto, il panorama offre da una parte personaggi piagnucolosi che si soffiano il naso in lacrime nei tg perché hanno spifferato segreti di Stato all’amica di turno, tradendo in un colpo solo moglie e patria; dall’altra, una pletora di donnine su tacco dodici, interamente dedicate al look ladylike anziché alle cose pregnanti e strutturali di una nazione.

Una volta l’opposizione si faceva davanti ai cancelli della Mirafiori, in mezzo agli operai in carne e ossa. I lavoratori minacciavano scioperi duri e sereni, dove i black block non avrebbero avuto cittadinanza: se solo ci avessero provato, avrebbero ricevuto una chiave inglese in testa dagli operai stessi prima ancora di muoversi. Le critiche erano costruttive e si rifuggiva dalla demagogia. Oggi rischi di ritrovarti a Mirafiori una radicalchic della sinistra con scarpine Jimmy Choo completamente decontestualizzata che si domanda perchè hanno tutti le tute blu a sancire la presunta trasformazione della sinistra italiana da “partito dei lavoratori” a partito ZTL di alta gamma.
Persino i piccoli partiti d’opinione oggi scomparsi, come i Radicali, riuscivano a fare la storia, portando a casa battaglie epocali come il divorzio in un’Italia ancora profondamente bacchettona. Oggi, davanti a questo teatro di slogan liquidi, personal branding, fuffa retorica e totale assenza di contenuti, i soliti soloni si domandano ancora stupiti come mai l’elettorato rifiuti in massa di andare alle urne.
UN ESEMPIO
L’ovvio viene usato come come arma d’opposizione. La benzina costa cara! Dalla Svizzera vengono ad acquistarla in Italia e se la situazione è quello che è il problema si chiama Hormuz. Lo sappiamo tutti. Troppi soldi agli armamenti? C’è un patto Nato che, però, non è mai citato nei particolari. Cosa recita?
Gli Stati membri della NATO si impegnano a devolvere il 5% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL) per le spese di difesa e sicurezza, con scadenza fissata per il 2035.
Questo nuovo obiettivo è stato ufficialmente concordato nel Summit dell’Aia del giugno 2025, sostituendo il precedente parametro storico che prevedeva una quota minima del 2% del PIL. Blaterare sul costo degli armamenti significa solo introrbidire le acque elettorali e confondere la popolazione. Facciamolo uno sforzo d’ingegno e suggeriamo qualche valida soluzione. Se non ne siamo capaci meglio tacere: sarà per la prossima volta ed evitiamo una brutta figura.
LA SINDROME DI WILE E. COYOTE: STORIA DELLE LEGGI ELETTORALI ITALIANE

Nella gloriosa tradizione della politica italiana esiste una certezza matematica: non importa quale partito sia al governo, a meno di un anno dalle elezioni scatterà l’irrefrenabile impulso di riscrivere le regole del voto. Il politico nostrano, in questo, somiglia in modo inquietante a Wile E. Coyote. Guarda l’elettore (lo Struzzo Corridore) muoversi imprevedibile sul territorio, si accorge che le vecchie trappole non funzionano più e decide di ordinare un nuovo, sofisticatissimo marchingegno dalla Ditta ACME (ovvero il Parlamento). Il copione è immutabile da oltre settant’anni: il Coyote progetta la trappola perfetta a pochi mesi dal voto, convinto che stavolta catturerà la maggioranza. Poi la trappola scatta, l’elettore fa “Beep Beep” e il Coyote si ritrova sul fondo del burrone a guardare il masso che gli cade in testa. Ecco il catalogo completo dei brevetti ACME dal 1953 a oggi:
- Marzo 1953 – La “Legge Truffa”: Approvata a soli due mesi dal voto dal governo di Alcide De Gasperi. Il piano era perfetto: chi prende il 50% più uno dei voti arraffa il 64,4% dei seggi. Un gioco da ragazzi. Peccato che alle elezioni la coalizione si fermò al 49,85%. La trappola rimase vuota per appena 57.000 voti, De Gasperi finì nel burrone e si dovette dimettere.
- Agosto 1993 – Il “Mattarellum”: Congegnato a sette mesi dalle storiche elezioni del 1994. Il marchingegno mescolava il maggioritario con il proporzionale tramite un calcolo matematico astutissimo chiamato “scorporo”, inventato per frenare i partiti più grandi. Come ha risposto il Coyote? Ha inventato le “liste civetta” (liste finte create solo per aggirare la matematica). Il risultato? Coalizioni così instabili che il primo governo Berlusconi è crollato dopo soli sette mesi.
- Dicembre 2005 – Il “Porcellum”: Approvato dal centrodestra a soli quattro mesi dalle elezioni del 2006. Lo stesso ideatore, Roberto Calderoli, lo definì pubblicamente “una porcata”. L’obiettivo era creare un Senato ingovernabile per bloccare il centrosinistra. Missione compiuta, ma col paradosso che a rimetterci le penne furono tutti: il centrosinistra vinse alla Camera per lo 0,1% e il Paese rimase paralizzato in un caos totale.
- Ottobre 2017 – Il “Rosatellum”: Licenziato a cinque mesi dal voto del 2018 con il sostegno di Pd, Forza Italia e Lega. Il piano stavolta era stritolare le forze solitarie costringendole a mega-coalizioni. Risultato? È uscito il Parlamento più frammentato della storia repubblicana, che ha costretto nemici giurati (Lega e Movimento 5 Stelle) a sposarsi a forza pur di fare un governo.
- Ottobre 2026 – Lo “Stabilicum” (Melonellum): L’ultimo capolavoro sfornato l’8 ottobre 2026, a meno di un anno dalle prossime elezioni politiche del 2027. Per evitare sorprese, il Parlamento è tornato al proporzionale ma ci ha infilato dentro un premio di maggioranza che scatta al 42% dei voti, regalando il 60% dei seggi. In più, per rendere tutto più avvincente, il nome del Premier va indicato prima ma non compare sulla scheda, e per i nuovi partiti le firme necessarie per candidarsi sono state quadruplicate, passando da 1.500 a 6.000.
Il macchinario dello Stabilicum è appena stato montato sul ciglio del burrone, i bulloni sono stretti e il cartello stradale è stato truccato. Non resta che attendere il 2027 per vedere l’esplosione e capire quale Coyote, questa volta, rimarrà con la faccia annerita dal fumo.
CHE FARE?
Quello che mi chiedo è: i partiti che vogliono governare sono sicuri di avereno gli uomini e le donne adatte a ricoprire certi ruoli istituzionali in questo momento?
Forse, per citare un famoso “saggio” della televisione, dovrebbero semplicemente farsi una domanda e darsi una risposta. Ma la risposta non è piacevole: se la politica una volta era una tragedia greca, oggi è solo una farsa di periferia dove gli attori hanno dimenticato il copione e il pubblico ha abbandonato la sala.
Un saluto
