Lì dove c’era un lago ora c’è… Storia del Lago del Fucino che sarebbe stato il terzo d’Italia ma che stava antipatico ai potenti dai Romani a Torlonia

Il lago del Fucino sarebbe stato il terzo lago più grande d’italia per estensione se non fosse stato un po’ sulle balle a tutti i potenti.

La sua fine era scritta tant’è che già il popolo dei Marsi pensava “Ne faranno un parcheggio prosciugandolo” Naturalmente non potevano sapere cosa mai fosse un parcheggio ma erano presaghi di un suo futuro utilizzo alternativo a quello di lago.

Denario Marsico

I Marsi erano amici di Roma tant’è che i quiriti, riferendosi alla forza e alla tenacia di questo popolo dicevano “nec sine marsis ne contra marsos, triumphari posse” (“Non si può vincere senza i Marsi o contro di essi”). Non sapeva, la fiera popolazione marsicana, che i romani avevano adocchiato il lago e si fregavano le mani.

Svetonio, infatti, scrisse, rivolgendosi a Cesare che “il prosciugamento del Lago Fucino rappresentava il progetto più prestigioso e straordinario per l’ornamento di Roma, per la bellezza e la ricchezza dell’Impero”. In effetti una valida ragione ci sarebbe stata: prosciugando il lago si avrebbero avute a disposizioni terre fertili per coltivare il grano che era importato da fuori, già da allora: dalla Crimea. Un po’ come oggi col gas. Non solo, i continui innalzamenti delle acque arrecavano ingenti danni all’agricoltura.

IL PROGETTO CONTINUA

Morto Cesare del progetto non se ne fece nulla. Augusto che gli succedette riteneva che il prosciugamento fosse una follia e così pure i suoi successori. Eppure gli oltre 150 Km2 della sua superficie avrebbe fornito terra fertile sufficiente per le coltivazioni necessarie all’Urbe dove il popolo, a dirla con i partenopei, “si puzzava di fame”.

L’IMPERATORE CLAUDIO E LA FIGURACCIA

Bisognerà arrivare all’imperatore Claudio per mettere mano ai lavori costruendo un canale emissario sotterraneo che dal Monte Salviano facesse affluire le acque lacustri nel fiume Liri. I resti di quell’opera sono ancora visibili e visitabili. 

Per festeggiare l’inaugurazione del progetto Claudio pensò bene di organizzare una naumachia, una vera battaglia navale, nello specchio del lago. In questo “gioco acquatico” persero la vita oltre diciottomila galeotti. Con queste premesse poteva il lavoro andare molto lontano? Ma anche no. Uno spettro s’aggirava per il Fucino, lo spettro della jella.

TUTTO IL FIASCO SBAGLIO PER SBAGLIO

L’Imperatore se ne stava li con la moglie Agrippina, vestito di tutto punto. Indossava un superbo mantello ed Agrippina una clamide tessuta in oro. (Tacito; Annales, XII; 56,7): si godeva il trionfo o meglio credeva. Finito lo spettacolo della naumachia e quello dei gladiatori era giunto il momento clou: il deflusso delle acque ma… la cosa si rivelò un “colossale fiasco”. “Ecco che defluisce! Ecco che defluisce!” esclamava l’Imperatore impaziente pestando nervosamente il piede, stizzito dalla figuraccia incombente, ma niente.

Era stata sbagliata l’inclinazione del canale che risultava di poco più basso del lago. Gli ingegneri, apportate le dovute modifiche, ci riprovarono ma, ulteriore errore, avevano costruito un tratto di galleria che andava nella direzione sbagliata. Cosa accadde?

All’apertura delle paratoie dell’emissario l’acqua se ne andò velocemente verso il tratto di canale sbagliato che, però, era chiuso in fondo: il classico cul de sac.  L’aria compressa dal liquido e la sua stessa massa determinarono un violentissimo colpo provocando anche il crollo di una parte della galleria funzionante. Nonostante tutto qualcosa di buono si ottenne. Quella specie di cunicolo sotterraneo funzionò da scarico “troppo pieno”, come nei moderni lavandini, impedendo l’innalzamento delle acque lacustri che periodicamente esondavano. Nel Medioevo l’emissario si tappò definitivamente e il Fucino tornò ad essere il solito lago. Ci provarono a “stapparlo” Federico II di Svevia, Alfonso d’Aragona, Federico IV di Borbone. Persino un papa: Sisto V, ma senza risultati.

ARRIVA IL PRINCIPE TORLONIA

Se la cavò, attraverso alterne vicende, il principe Alessandro Torlonia. Incaricò l’ingegnere Alessandro Barisse del progetto. Per la  realizzazione delle saracinesche fu richiamato dal Brasile l’ingegner Palazzi, esperto in cemento armato e successivamente divenuto famoso per quell’unica casa ad Avezzano che resistette al sisma del 1915.

Il risultato fu un canale emissario di maggiori proporzioni tale da prosciugare l’intero lago. Nel 1870 iniziò la costruzione di un grande collettore e di una rete di condotte minori. L’opera sviluppò 100 Km circa di vie d’acqua primarie e 680 di secondarie. Nonostante tutto non è che il lago si svuotò in quattro e quattr’otto. Ci vollero 24 anni!

Quando vide terminata l’opera titanica Vittorio Emanuele esclamò ‘Boja Fauss!’ stupito dalla gran mole di lavoro che c’era voluta ma inconsapevole del ben più grande disastro ambientale che s’era perpetrato. Tornato a casa il Sire considerò i risultati della realizzazione difficilmente eguagliabili: non esisteva più il terzo lago più alto e più grande d’Italia, l’ecosistema locale era stato sconvolto tant’è che ulivo e vite erano scomparsi, i pescatori erano stati ridotti alla fame e per finire s’era ottenuto il deturpamento e la distruzione delle bellezze naturali marsicane. Disse tra sè: “Perché non premiare l’autore di questo bell’affare col titolo di Principe del Fucino?” E così fu.

I RISULTATI DEL PROSCIUGAMENTO

Svuotato il Lago emersero 16.507 ettari di terreno. Di quelle terre se ne ricavarono 497 appezzamenti di 25 ettari ognuno e distribuiti ai coloni arrivati dalle montagne abruzzesi, da altre regioni e agli abitanti del posto. Si trattava di circa duemilacinquecento ettari. Tutto il resto se lo prese Torlonia che se del titolo di Principe del Fucino poco se ne faceva, da tutte quelle terre qualcosa di più remunerativo poteva ben ottenere… . Dimenticavo… e i pescatori del lago? Quelli niente, andarono letteralmente a zappare la terra.

LE LOTTE CONTADINE

Nel 1886  iniziarono le lotte dei contadini contro Torlonia per il possesso delle terre. Nel 1951 dopo sangue, morti, lotte e numerose battaglie quelle terre furono espropriate. Con la riforma agraria d’Italia fu costituito l’ente Maremma e Fucino. Un anno dopo quest’ultimo divenne un ente separato.

L’ECOSISTEMA?

Ne abbiamo fatto cenno precedentemente. Il paesaggio e il clima marsicano, prosciugato il lago, furono totalmente stravolti. Dell’antico specchio d’acqua è rimasto il laghetto di Ortucchio. Diverse piante, circa ottanta, dell’originaria vegetazione lacustre occhieggiano qua e là nel suo invaso. Purtroppo il bacino non è alimentato costantemente e in alcuni periodi si svuota rimanendo a secco.

Il lago Fucino, seppure poco profondo, contribuiva a temperare il clima locale: regolarizzava le stagioni e attenuava i periodi freddi. Lo storico tedesco Gregorovius, che di fatto era stanziale in Italia come Alan Friedman ma con più peso specifico, definirà Torlonia “seccatore della natura”. Aggiunse: “Sarà distrutta una grande opera naturale e l’Italia sarà vedova per sempre di una meraviglia della natura di uno dei suoi più fulgidi gioielli”. Pennazza rincarò la dose: “L’ oro di un principe ci prese il lago che era la nostra Bellezza e la nostra Ricchezza”.  

I GUAI CONTINUANO

La Natura si ribellò e oltre alla scomparsa dell’olivo e della vite, il prosciugamento condusse alla fine di altre specie. Meli, peri, ciliegi, fichi, gelsi, noci, perfino castagni scomparvero progressivamente. Un peso rilevante nell’economia locale lo avevano i mandorli il cui prodotto era esportato ma che purtroppo non attecchirono e non fruttificarono più. Il cambiamento climatico ne danneggiò il ciclo vegetativo. Alla fine della fiera, i sostenitori di Torlonia non poterono che ammettere, obtorto collo, il disastro e il conseguente avvizzimento delle colture legnose.

Come se non bastasse anche la grande proprietà terriera aveva risentito dei mutamenti dell’ecosistema. I grandi latifondisti, tra cui gli Iatosti di Avezzano e i Mascitelli di Paterno, facevano notare il ritardo di tre settimane del tempo di vendemmia, che s’era spostata, da fine settembre a metà ottobre. A questo s’aggiunse il raccolto dei fagioli praticamente perso a causa delle nebbie mattutine inesistenti prima del prosciugamento. Tutti lamentavano, per queste cause, un deprezzamento della terra di quasi il 50%.

SI POTEVA FARE ALTRIMENTI?

Il lago del Fucino oggi (foto Claudio Parente)

Vincenzo Cerri, avvocato e consigliere provinciale, assommando le idee di tutti i consiglieri provinciali marsicani in seno al consiglio, l’8 settembre 1882  raccolse il consenso generale intorno a un ordine del giorno:
ritenendo che l’essiccamento totale del lago ha prodotto tali alterazioni climatiche da risentirne seria compromissione degli interessi generali di molta popolazione della Marsica, fa voti al Real Governo perché in base al contratto obblighi il principe Torlonia a ripristinare una parte del Fucino nella quantità che sarà reputata necessaria, onde in avvenire abbiano a rimanere incolumi i generali interessi di quelle popolazioni che attualmente si veggono seriamente compromessi”.

Cerri sosteneva una tesi importante: affermava che sia i romani sia il primo progetto del Torlonia erano molto più favorevoli a una riduzione e non al prosciugamento totale del lago. Il Consiglio Provinciale aquilano, sostenne la sua proposta e quasi all’unanimità ratificò quell’ordine del giorno. Il risultato? Lo conosciamo.

ONESIMO E IL LAGO

Onesimo era un liberto e procuratore imperiale addetto alla direzione delle opere di bonifica delle terre sottratte al lago. Per rendersi amiche le genti del posto, eresse un altare per i Lari (dell’Imperatore) e per i devoti del Dio Fucino. Vi domanderete cosa centra ‘sto tizio: ebbene andate avanti con la lettura e lo capirete. Nel 1854 durante le fasi preliminari al prosciugamento del lago, nei pressi dell’incile romano, fu rinvenuta una tavoletta in marmo con la quale il nostro procuratore imperiale ci faceva sapere che, in conformità della tradizione romana, rispettosa delle tradizioni e religioni locali, non sarebbe stato commesso il sacrilegio di prosciugare interamente il lago. Il governo romano non sarebbe mai andato contro i sentimenti religiosi dei Marsi per la Divinità del loro lago.

Alla fine della fiera il progetto di Claudio risulta la più intelligente ed equilibrata soluzione ai problemi del Fucino. Coniuga l’eliminazione dei danni causati dagli straripamenti del lago con la conquista di nuove terre da coltivare. Salvaguarda l’ambiente con la conservazione di un ampio bacino lacustre. Diciotto secoli più tardi il prosciugamento totale non tenne conto di tanta saggezza e per leggerezza o per guadagno si fece quel che si fece.

Dai Romani che volevano piantare il grano, agli orti realizzati in seguito, sono passati tanti anni. Non me ne vogliate ma credo che quell’opera titanica, forse realizzata con buone intenzioni, rappresentò il prodromo degli “ecomostri” moderni.

Un saluto a tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *