Addio sogni di gloria… C’era una volta la Nazionale Italiana di calcio 4 volte Mondiale. Oggi c’è solo il baratro dell’inesistenza sportiva

La ricordate questa vecchia canzone? Potrebbe essere l’inno della nazionale di calcio italiana. L’immagine dell’urlo di Tardelli nei mondiali di Spagna 1982 è ormai un ricordo sbiadito.

Dopo quattro titoli mondiali non c’è più verso di vincere qualcosa, seppur piccola. Qualcuno domanderà: ”Perche l’Italia gioca male?” Cosa rispondere? A saperlo… son dodici anni che nemmeno si qualifica per cui se gioca bene o male chi lo sa?

Sconcerto generale tra le fila dirigenziali del calcio italiano: tutti lì a domandarsi come mai questa anchilosi ha colpito i nostri golden boys: sembrano tanti pastori della meraviglia del presepe napoletano.

I calciopedisti tanto cari a Gianni Brera, diciamocela tra noi, son tutti morti e sepolti e tra quelli che rimangono, lo spirito agonistico è ormai inumato sotto un metro di terra: allegre geishe, llbagioni e calcioscommesse hanno sortito il loro venefico effetto sui nostri baldi atleti.

Per capire quali triboli travaglino il football nostrano, vogliamo provare ad analizzare cosa diavolo sta accadendo?

Che poi alla fine bisogna pur capirli: e un giorno vai con l’accompagnatrice magari minorenne che ti succhia pure il midollo, prodigati nel calcioscommesse e poi qualche seratina a caviale e champagne dove la mettiamo, magari tirando tardi fino al mattino?

Poveri figli: è chiaro che alla fine della settimana sono belli che cotti con le energie azzerate. Alla domenica gli rimarrebbero solo due cose da fare: o giocare la schedina oppure mettersi in pantofole, copertina in grembo a guardare la televisione… Invece no! Vanno eroicamente a giocare a pallone scendendo in campo con l’entusiasmo d’un impiegato del catasto che timbra il cartellino!

Era uno che ci vedeva lungo. Sua una delle frasi più celebri sul calcio italiano che s’attaglia particolarmente all’ attuale situazione italiana: “Quando il Genoa già praticava il football gli altri si accorgevano di avere i piedi solo quando gli dolevano“. Sul calcio e la tattica diceva: “Gli imperativi categorici del calcio sono: primo non prenderle; centrocampo dotato di fondo atletico; punteros agili e coraggiosi“. 

Ma dove sono oggi i punteros coraggiosi? Ricordate, anni orsono, quando la nazionale scendeva in campo? Quali kamikaze schierava?

Prendiamo la mitologica formazione del 2006. In porta Gigi Buffon, in retroguardia Zambrotta, capitan Cannavaro, poi Materazzi e Grosso. Al centrocampo c’era quel cerbero di “ringhio” Gattuso quindi quel Pirlo che farà fare una figura da pirla alla F.I.G.C. (scusate il calambour ma ci sta tutto), Camoranesi e Perrotta; davanti, Totti a supporto dell’unica punta Toni. Ma dove volevano andare le altre squadre di quel torneo? Oggi schieriamo undici paperelle con la speranza di battere i galli da combattimento stranieri.

Così la F.I.G.C. tenta di mettere una pezza alla vergogna per l’ennesima mancanza di qualificazione. Defenestrato Gabriele Gravina che pare si sia “dimesso opportunamente” da presidente cosa ti fa? Noi pensavamo che estraessero dal cilindro un genio dello sport, un mago del calcio e invece tirano fuori Malagò: l’usato sicuro che guidava lo sport italiano già dai tempi in cui i telefoni avevano ancora il disco combinatore. L’avete presente? C’è un’arte sottile in cui il calcio italiano non teme rivali nel mondo: la capriola retorica con avvitamento istituzionale. Il suo re indiscusso è Giovanni Malagò. Capello impeccabile, eleganza da Circolo Canottieri Aniene e una dote quantistica: riesce a comparire, ad ogni vittoria, al centro dei riflettori e in una dimensione parallela e lontana quando c’è da spiegare una figuraccia. È iI prestigiatore della diplomazia sportiva, capace di riscrivere le leggi della logica e della gravità a colpi di interviste.

L’Assemblea federale, riunita sobriamente nella modesta cornice del Rome Cavalieri Waldorf Astoria, ha decretato che l’unico uomo in grado di salvare una Federazione in macerie fosse quell’elegantissimo imprenditore romano con tre lauree honoris causa e lo smoking d’ordinanza cucito addosso.

Il suo discorso di insediamento è stato un manifesto di umiltà istituzionale: “Da solo non posso fare niente, con voi possiamo fare tutto”. Che tradotto dal politichese sta per: “se le cose vanno bene il merito è della mia visione illuminata, se continuiamo a collezionare figuracce a livello internazionale è perché voi non mi avete seguito abbastanza”.

Il suo sociale è particolare: Malagò si è espresso a favore dello Ius Soli “sportivo” per dare la cittadinanza ai giovani atleti stranieri cresciuti in Italia. Sapete il perché? Non tanto per motivi di integrazione sociale o diritti umani (chi se ne frega), ma per convenienza calcistica. Ecco uno dei suoi enunciati:

Negli altri sport puoi prendere tempo e traccheggiare, nel calcio no: se non dai la cittadinanza, dopo un secondo arriva un altro Paese, dà il passaporto al ragazzo e tu l’hai perso. Questo è inaccettabile. (…) La politica è felice di vincere nell’atletica o nel volley grazie a questi atleti. Nel calcio dobbiamo muoverci, o subiremo i danni”  (cfr. Ultimouomo). In pratica, i diritti civili si concedono in base al tasso tecnico e ai gol segnati.

Per capire la profondità del pensiero malagottiano, bisogna tornare al settembre 2019. Gli stadi italiani erano scossi dai soliti, desolanti cori discriminatori. Intervistato ai microfoni di Radio 24, il nostro eroe risolse la questione morale del calcio con un paragone che ha ridefinito i confini della sociologia moderna.

Con la stessa flemma con cui si ordina un cocktail a Capalbio, dichiarò che fare “buuu” a un giocatore di colore è certamente sbagliato, ma che le simulazioni in area di rigore sono ancora peggio.

Una scala di valori rivoluzionaria. Il razzismo? Una brutta bestia, d’accordo, ma vogliamo parlare del danno esistenziale di un attaccante che stramazza al suolo senza essere stato toccato? Secondo il suo pensiero insultare qualcuno per le sue origini è un peccato veniale rispetto al reato capitale di “tuffo con avvitamento in area”. Accortosi della gaffe tentò un: “volevo dire che ognuno deve fare la sua parte“. A volte il rimedio è peggiore del buco.

Uomo giusto al posto giusto, sfoggiato un sorriso a trentadue denti si è dato alla ricerca di un CT per la nazionale di calcio. Diamine senza un CT come si deve non c’è squadra!

La ricerca del nuovo Commissario Tecnico per la Nazionale italiana di calcio è stata un’odissea degna di una commedia all’italiana, orchestrata dal dream team dirigenziale composto da Giovanni Malagò, Paolo Maldini e Leonardo. Mancava la regia dei fratelli Vanzina che avrebbero eletto Commissario tecnico Christian De Sica (tra l’altro ottimo attore).

Dopo la gestione ad interim di Silvio Baldini, l’appassionante casting si è concluso con l’accordo per portare in panchina Andrea Pirlo, ma non senza i classici colpi di scena nostrani.

Ecco la storia esilarante di questa caccia alla panchina azzurra: La FIGC ha iniziato le ricerche puntando decisamente in alto, applicando la filosofia del “tentar non nuoce”:

Così inostri dirigenti hanno provato a bussare alla porta del tecnico spagnolo. Pep Guardiola. Forse hanno tentato di convincerlo offrendogli un fantastico pacchetto welfare basato su sole, mare, e la possibilità di spiegare il falso nueve a Coverciano. Guardiola, facendo spallucce, ha gentilmente declinato, preferendo rimanere dove i budget hanno qualche zero in più.

Nella lista dei desiderata sono finiti anche mostri sacri come Carlo Ancelotti e suggestioni di ritorni come Antonio Conte o Roberto Mancini. Alla fine, di fronte al budget federale, molti hanno preferito “motivi personali”.

Esauriti i sogni esotici, la scelta è ricaduta su Andrea Pirlo, il tizio che somiglia a Nanni Moretti e Eric Clapton. Vent’anni dopo aver vinto il Mondiale 2006 da geometra del centrocampo, Pirlo tornerebbe per fare il CT. Il contratto quadriennale è pronto, ma l’opinione pubblica si è già divisa tra chi lo vede come il salvatore della patria e chi evoca il “disastro totale” anticipando il primo allenamento.

Nella sua tesi di Coverciano, Pirlo predica un calcio dove i giocatori devono saper fare tutto. Considerato il livello attuale della nazionale, facciamo voti affinchè il primo punto del programma sia “come si fa un passaggio di tre metri”.

Come in ogni soap opera che si rispetti, non poteva mancare il colpo di scena dell’ultimo minuto a rovinare i piani di Maldini e Malagò:

Mentre si limavano i dettagli del contratto, è scoppiato lo stallo a causa di vecchi accordi commerciali del futuro allenatore con una società di scommesse russa (ma non lo sapevano prima?).

Con Malagò che deve gestire il polverone e le indiscrezioni secondo cui Maldini potrebbe persino fare un passo indietro se salta tutto, la firma del contratto si è trasformata in un thriller geopolitico-sportivo.

In campo cinematografico è quella situazione in cui tre sfidanti si tengono sotto mira senza che nessuno possa fare la mossa decisiva.

Nel nostro caso abbiamo da una parte Giovanni Malagò, dall’altra il duo tecnico-dirigenziale Paolo Maldini e Leonardo. In mezzo, come il prezzemolo, la polemica del politically correct.

In base al Decreto Dignità, dal 2018 sono vietate le sponsorizzazioni di marchi di scommesse. Quella di Pirlo è particolare: dato il posizionamento politico del nostro Paese al fianco dell’Ucraina, non è lontanamente pensabile che un commissario tecnico, massima rappresentanza del nostro calcio, possa essere “pappa e ciccia” con la Russia di Vladimir Putin. Ripeto: possibile che il Neo Presidente non ci aveva pensato?

Insomma ‘sta faccenda Russa e la figuraccia con Pep Guardiola sta trasformando, lo stallo alla messicana in una roulette russa.

Diventare CT di una nazionale è sempre stato un punto di grande onore per un allenatore ma…  ma come fai ad allenare una nazionale come quella italiana? Manca la materia prima: piedi e coraggio. Quale allenatore rischierebbe l’immagine con una squadra che manco si qualifica da dodici anni? Delle due una: o lo riempiono di soldi e non mi pare il caso oppure ha l’animus del “Redentore”.

Il calcio italiano è una soap opera drammatica a cadenza settimanale, dove undici milionari corrono dietro a un pallone per novanta minuti

Quando Jules Verne scrisse il romanzo “20.000 Leghe Sotto I Mari”, descrisse il Nautilus come “mobilis in mobile” (mobile nell’elemento mobile). Quel motto divenne la metafora della capacità di adattarsi con agilità e fluidità ai rapidi cambiamenti.

Nella F.I.G.C. abbiamo una struttura calcistica che rappresenta, al contrario, il semaforo di Guzzanti nella parodia di Romano Prodi, quando il comico attribuiva al politico democristiano la famosa frase: “Noi dobbiamo dare prova di grande fermezza. E io sono fermo, immobile, non faccio una mossa, e andrò avanti così, per sempre: come un semaforo!

Come è ridotto il football? La campagna acquisti è ormai una serie di sessioni di mercato basate su scambi di prestiti con diritto di riscatto pagabili in ventiquattro comode rate. I calciatori che dovrebbero essere gladiatori in campo (ricordate Benetti e Gentile?) sono ormai atleti attenti al graffio sulla caviglia. Gli allenatori vivono sotto costante minaccia di esonero, discutono nelle interviste di “mancanza di intensità” e “dettagli che fanno la differenza”. Infine ecco i presidenti, imprenditori passionali che promettono lo scudetto ad agosto, minacciano il ritiro punitivo a novembre e licenziano il mister a Natale. Per non parlare del VAR, quel congegno che ha creato linee del fuorigioco tracciate al millimetro dove un alluce troppo lungo diventa un crimine di stato e per finire i Talk Show: salotti televisivi dove moviole e urla sovrapposte tentano di dimostrare l’esistenza di un complotto globale contro la propria squadra.

La sparizione dei vivai e l’invasione di calciatori stranieri è il capolavoro della burocrazia e della fretta nostrana: comprare un panchinaro in Norvegia costa meno che promuovere un diciottenne di Pavia.

Una volta i vivai sfornavano i Totti e i Del Piero; oggi producono soprattutto plusvalenze fittizie per far quadrare i bilanci a giugno. Nelle giovanili non si cerca più il giocatore che sa stoppare il pallone, ma il sedicenne alto due metri che corre come un treno, vincitore del “Torneo Condominiale”. Come non bastasse il Campionato Primavera è diventato ufficialmente un torneo Under 20 dove giocano quasi solo ventenni stranieri pronti per essere prestati in Serie C fino al giorno del loro pensionamento.

Prendiamo un ragazzo che si chiama Giovanni ed è cresciuto a pane e salame: vale 500.000 euro;. Se lo stesso identico giocatore si chiama Johninho e arriva da un campionato sperduto, il prezzo schizza a 15 milioni. Il  paradosso: se metti in campo un ventenne italiano e questi sbaglia un passaggio, il mister viene licenziato prima del triplice fischio; se ci metti uno straniero di trentun anni, “sta facendo esperienza con il nostro calcio“.

Non parliamo dei Procuratori. Rappresentano degli agguerriti manager che gestiscono i minorenni come fossero opere d’arte del Louvre, chiedendo commissioni tali da spingere i direttori sportivi a prendere un volo low-cost diretto in Sudamerica.

Il risultato è una splendida catena di montaggio all’incontrario dove le nostre nazionali giovanili vincono i trofei, ma l’anno dopo quegli stessi ragazzi si trovano a fare i magazzinieri in Serie B perché le loro squadre di appartenenza hanno preferito comprare l’ala di riserva del Copenaghen.

Abbiamo inventato il paradosso spazio-temporale per cui si può vincere un Europeo e sei mesi dopo, farsi eliminare in casa dalla Macedonia del Nord. Affrontiamo la realtà? Ma anche no: i sorteggi sono truccati, i palloni troppo leggeri, l’erba dello stadio avversario troppo alta, quando fa freddo e quando fa caldo. Ogni scusa è buona.

Il CT di turno dichiara sempre che “questo fallimento serve per ricostruire e puntare sui giovani“, una frase bellissima che viene regolarmente riciclata ogni quattro anni.

Per i moderni proprietari di calcio, il modulo ideale non è più il 4-3-3 o il 3-5-2, ma il 4-4-CASH. Poco importa se la squadra non supera la metà campo, l’importante è che il bilancio superi la revisione della Covisoc. Se potessero, sostituirebbero i guardalinee con dei broker finanziari e il VAR con una calcolatrice scientifica per calcolare le plusvalenze in tempo reale.

Ricordo che una volta i presidenti soffrivano per un gol subito al 90° minuto. Oggi rischiano l’infarto solo se cala il titolo in borsa o se salta l’accordo con lo sponsor del formaggio spalmabile il cui logo è da porre sulla manica della maglietta. Per la proprietà, il vero fuoriclasse della squadra non è il centravanti da trenta gol a stagione, ma il capo dei commercialisti che riesce a far figurare la cessione di un panchinaro ignoto come un affare di stato da cinquanta milioni.

Il dramma del calcio moderno è che se chiedi a un tifoso cosa vorrebbe per Natale, ti risponderebbe: “La Champions League”. Se lo chiedi al proprietario della squadra, esclamerebbe: “Un fondo d’investimento americano che rilevi il mio debito facendomi mantenere i diritti d’immagine sulle barrette energetiche”. Perché il calcio, in fondo, è una cosa semplice: due squadre di milionari che corrono dietro a una palla, rincorsi da un miliardario che cerca di metterci sopra un codice a barre. Ecco perchè non ci sono più giocatori emergenti italiani: meglio acquistarli pronti all’uso fuori dai confini che investire danaro per strutture che facciano crescere i giovani. Soldi subito!

Il modello di business di una squadra di calcio si regge su una economia ben definita data dagli incassi dei biglietti, abbonamenti e sfruttamento commerciale degli impianti sportivi (ospitalità, eventi e aree commerciali). Ci sono poi i diritti televisivi guadagni ottenuti dalla trasmissione delle partite in TV e sulle piattaforme di streaming e infine le sponsorizzazioni e merchandising costituite da accordi commerciali con marchi globali, sponsor di maglia e la vendita di prodotti ufficiali.

Veramente credevate che la macchina del calcio si prodigasse nello spendere denaro per amore dello sport? Illusi…

Un Saluto